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Quando si riesce a voler bene ai "figliastri"

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Come migliorare il legame tra genitori e figliastri, come superare le conflittualità all'interno di una famiglia ricostituita

Rapporto matrigna figliastro

La famiglia ricostituita è ormai divenuta una realtà e da diversi anni i componenti dei nuovi nuclei hanno già vissuto una precedente esperienza di separazione. L’elemento di maggior rilievo è sempre il legame. Tra genitori e figli di primo letto, tra genitori e figli di secondo letto, tra fratellastri.

La nuova costituzione evidenzia una definitiva separazione tra i genitori e rende palese l’impossibilità di ritornare assieme come coppia, cosa che molti bambini speranzosi sognano che accada. Le nuove relazioni sostituiscono e si integrano, quindi, ai vecchi legami con modalità differenti e, spesso, emergono delle conflittualità che possono apparire manifeste o latenti. 

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Tra queste, la possibilità o meno di provare sentimenti di attaccamento verso i figli del precedente matrimonio del partner al pari dell’amore per i propri. La consapevolezza di non essere capaci o responsivi nei confronti dei figliastri rende molti genitori insoddisfatti delle relazioni ricostituite, ponendosi diversi dubbi sulla reale volontà o motivazione ad educare e appagare costantemente le richieste di crescita di ragazzi o bambini nati nella precedente unione.

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In molti casi è possibile, comunque, che si instauri un legame di genitorialità anche in assenza di elementi di consanguineità e di norme che istituzionalizzano tale rapporto. Infatti, mentre nelle famiglie nucleari la componente biologica condiziona l’affettività, nelle ricostituite il vincolo è esclusivamente emotivo. Un genitore acquisito diviene un punto di riferimento per i bambini in fase di sviluppo soprattutto quando vive accanto al genitore affidatario.

Socialmente vi è una richiesta ben specifica a coloro i quali vengono identificati nel ruolo di “matrigna” e “patrigno” -un po’ come le favole ci insegnano sin da piccoli- cioè di dover o poter “tollerare” la presenza e l’educazione dei “figliastri” al di là delle reticenze inconsce che ognuno possiede. In effetti, se ciò non avvenisse si taccerebbe la donna o l’uomo di mancanza di istinto genitoriale e capacità educativa: sembra, comunque, che alla basa di questi stereotipi culturali ci sia prevalentemente un’intransigenza nei confronti di un legame ricostituito vissuto come “attacco” alla vecchia “monogamia”.

Ma come fare a gestire il rapporto con figli non propri?

Le differenze sostanziali che riguardano le relazioni tra genitori e figli biologici e genitori acquisiti e figli non biologici sono relative alla scelta reciproca, alla libertà del rapporto e al riconoscimento. Nel primo caso, la scelta non si riferisce sostanzialmente alla persona quanto alla volontà di costituire una relazione di scambio affettivo.

Diversamente dal legame genetico, in cui la “forzatura” della nascita comporta necessariamente un’accettazione reciproca (con pro e contro), i genitori acquisiti divengono “educatori” solo in conseguenza di una effettiva motivazione a tale scambio, senza imposizioni o necessità. Spesso e volentieri, difatti, i legami coatti comportano dei fallimenti proprio perché non vi è una specifica scelta ma un’obbligatorietà.

L’altro aspetto rilevante è riferito alla libertà della relazione dato che, nel caso in cui il legame tra i partner si rompe, la possibilità di preservare il legame da parte dei figli con il/la nuovo/a compagno/a, è guidata da una motivazione più profonda e perdura nel tempo anche quando la relazione non c’è più.


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E come rendere possibile tutto questo?

Il riconoscimento dell’importanza di ogni singolo componente all’interno del nuovo nucleo è fondamentale per la riuscita. Stabilire una relazione di confidenza e di complicità aiuta il legame a svilupparsi attraverso una modalità più profonda e realistica. Aprirsi all’altro attraverso l’espressione dei propri sentimenti e perplessità rende la comunicazione più vera.

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Il legame tra adulto- bambino o adulto-ragazzo è così riconosciuto e accettato poiché viene vissuto nella sua reale essenza: è voluto, desiderato, sentito e ricercato come se ci si adottasse reciprocamente. Pertanto, l’affezione diviene una conseguenza inevitabile.

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