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Come costruire un rapporto sano tra madre e figlia

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La psicologa Emmanuella Ameruoso ci parla del delicato rapporto tra madre e figlia e di come costruire un legame sano

Come costruire un buon rapporto tra madre e figlia

Il rapporto tra madre e figlia è spesso intriso di diverse dinamiche comportamentali che possono evolversi in situazioni problematiche e conflittuali o divenire un’eccellente spinta all’autorealizzazione. La figura di riferimento è significativa nel percorso della crescita e, nel contesto simbiotico della relazione madre-figlia, risulta oltremodo importante.

In effetti, la donna che genera una figlia femmina non tarderà ad identificarsi in lei e, quest’ultima, avrà come modello di riferimento femminile proprio la sua genitrice. Questo legame evolverà in modo positivo se entrambe riusciranno a separarsi serenamente e ad avviare un processo di individuazione conservando l’amore reciproco che verrà riversato nelle altre relazioni.

È proprio il tipo di attaccamento a definire le future esperienze della ragazza in ambito lavorativo, sociale e di coppia. Ma perché ciò avvenga, la separazione tra le due dovrà possedere componenti di maturità tese a stimolare nell’altra la crescita e l’autonomia senza che queste generino possibili “sensi di colpa”.

Rapporto fusionale tra madre e figlia: cos'è e quali sono i rischi

Preservare l’autostima e la sicurezza nelle proprie abilità è essenziale affinché un adulto possa svilupparsi e progredire. Quando ciò non avviene, la diade entra in conflitto generando una serie di sofferenze dalle quali è difficile uscire.

Ma perché il senso di colpa?

Il senso di colpa ha un significato ampio nella letteratura psicologica ed è da intendersi come una riprovazione verso se stessi. Quando un’azione trasgredisce le regole o risulta significativa sul piano di assunzione di responsabilità, il comportamento viene considerato (socialmente o individualmente) riprovevole tanto da far scaturire “la colpa”. Non sempre però l’individuo ha consapevolezza del motivo che la scatena. Infatti, l’insieme dei sentimenti che la compongono sorgono sin dalla prima infanzia ed in particolare dal legame tra genitori e figli e dall’educazione ricevuta.

La funzione principale è di distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male (Freud, 1930) e responsabilizzare l’individuo significa anche punirlo. Ciò è possibile per esempio in ambito giuridico, tuttavia diviene più complicato se si parla di relazioni umane soprattutto se il senso di colpa ha origini inconsce.

È così che nasce il disagio psichico che, sotto forma di ansia, angoscia e depressione, avvelena le relazioni. Un’esperienza di vita può far insorgere questi sentimenti che si manifestano inevitabilmente nel rapporto tra madre e figlia generando conflittualità e reciproca incomprensione. Una separazione, un divorzio, un abbandono, un’azione non accettata o non condivisa, un’invidia recondita induce nell’altro un giudizio di fondo che lo coinvolge direttamente attraverso diversi canali.

“Mi sento in colpa poiché non sono una brava mamma (“cosa posso fare per consolarti, affinché tu sia felice?”), “mi sento in colpa perché io come figlia non riesco a soddisfare le tue aspettative” (“ti chiedo di essere in un certo modo e son certa che ce la farai”), ”mi sento in colpa poiché ho fatto un’azione malevola e so che tu non comprenderai” (“non sono riuscita ad educarti al meglio e per questo mi torturo, soffro”). In realtà tantissime occasioni possono dare vita al conflitto e l’unico modo per poter affrontare la sofferenza, e sciogliere i nodi dell’incomprensione, è comunicare apertamente la propria emozione.

L’eccessivo amore nei confronti di un/a figlio/a, ricoprirlo/a di attenzioni o mostrarsi particolarmente apprensivo e preoccupato inevitabilmente lo/a limita e l’effetto che ne scaturisce è proprio la difficoltà a distinguere ciò che è giusto per sé da ciò che può esserlo per l’altro. Il senso della colpa viene riversato in termini di affetto smisurato o sotto forma di comportamenti (verbali e non) che rendono l’altro vincolato al legame.

Riconoscere la propria fragilità e l’errore che hanno generato un comportamento inadeguato fa sì che la relazione si liberi di questo peso indefinibile lasciando spazio a sentimenti e sensazioni più vere e durature. Il vincolo viene mantenuto fintanto che l’emozione continua a manipolare il rapporto creando una dipendenza reciproca.

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Permettere al proprio figlio di emanciparsi e riconoscersi adeguatamente nelle proprie scelte, creando anche legami significativi al di fuori della relazione primordiale, consente alla persona di realizzarsi nella sua pienezza. Gestire le emozioni è piuttosto complesso, ma aprirsi dà modo di vivere l’altro in maniera più autentica. Infatti, è proprio l’assunzione di responsabilità che fornisce lo strumento più diretto a poter ben definire cosa non va all’interno di una relazione e intervenire affinché funzioni.

Il ruolo di un genitore è quello di accompagnare i figli nella crescita per dar loro modo di proseguire per la propria strada anche sbagliando. Il sostegno e l’incoraggiamento hanno la prerogativa di nutrire l’autostima, l’autoconsapevolezza e l’indipendenza preservando la relazione.

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