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Mamma casalinga: disperata o felice?

Si può essere una mamma casalinga felice e realizzata? E quanto conta il contesto sociale e il sostegno della famiglia?

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Il merito è anche di Desperate Housewives, la fortunata serie televisiva che proprio in questi giorni sta mandando in onda le sue ultime puntate, se oggi con il termine casalinga non viene immediatamente in mente una donna con qualche chilo di troppo, che gira in pantofole e parla solo di bucato e ricette.
Eppure il luogo comune resiste ancora. Le mamme casalinghe sono donne frustrate, senza interessi, potenzialmente condannate all'infelicità (LEGGI).


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Ma quanto è vera questa descrizione?
Spesso le donne che diventano madri e ne hanno la possibilità scelgono liberamente di rimanere a casa per i primi anni di vita dei bambini: una specie di periodo sabbatico per dedicarsi esclusivamente alla famiglia, prima di tornare al lavoro (LEGGI).
Ma esistono anche situazioni diverse dove le donne, in accordo con i loro compagni, scelgono di smettere di lavorare e dedicarsi esclusivamente alla cura dei bambini e della casa.

Una scelta da biasimare al giorno d'oggi?
In realtà dopo il boom degli anni Ottanta e Novanta durante i quali le donne, anche sulla spinta del movimento femminista, rifiutarono a priori l'idea di smettere di lavorare (LEGGI) in nome dell'uguaglianza e della parità di diritti, si sta assistendo oggi ad un'inversione di tendenza, che vede spesso coinvolte anche famiglie di reddito e livello sociale medio-alto, a dimostrazione che il fattore culturale non necessariamente gioca un peso determinante in questa scelta.

Se la scelta viene presa liberamente, in comune accordo con il compagno e non lede il grado di gratificazione personale  e la realizzazione come individuo non c'è alcun motivo per cui non si debba considerare la decisione di non lavorare una scelta in nome della felicità, soprattutto se chi fa la casalinga non rinuncia ad esprimere se stessa in altri modi, diversi dal lavoro, come hobby, volontariato e sport (LEGGI). Il sostegno del partner conta moltissimo, molto più di quello dei figli, perchè lo sguardo dei bambini è spesso crudele e non mediato dalla cultura e dall'ambiente.



Insomma, la casalinga non è affatto una professione indegna e non lo è nemmeno se si tratta di una scelta obbligata dalle circostanze (perdita del lavoro o mancanza di aiuti familiari per la crescita dei figli), eppure il contesto e la pressione sociale contano moltissimo.
In una società dove l'uguaglianza tra i sessi è ormai ampiamente accettata, i congedi parentali ai padri sono sempre molto pochi e la cura dei figli e della casa è delegata alle donne nel 96% dei cas (LEGGI).
E quante volte storciamo il naso quando qualcuna ci dice di essere casalinga?  Una reazione che spinge le mamme casalinghe a mettersi sulla difensiva, come se si sentissero in difetto, mentre in realtà essere una at-home-mom è al tempo stesso infermiera, cuoca, governante, domestica, spesso contabile per il budget familiare e mille altre cose (LEGGI). Insomma è una professionista a tutti gli effetti.


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E ripensandoci mi viene in mente un altro telefilm molto amato degli ultimi anni: "Brothers and Sisters" in una scena nella quale la mamma di famiglia, ormai alle soglie dei sessanta, decide di buttarsi in un'avventura al limite tra l'imprenditoriale e il solidale e di fronte alle resistenze dei finanziatori fa un'arringa da lasciare senza fiato, ricordando che aver cresciuto 5 figli e aver gestito una casa enorme la rendeva al tempo stesso commercialista, psicologa, imprenditrice, oltre che cuoca, organizzatrice di eventi e via discorrendo.