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Madri assassine: se ne parla al cinema

Al festival del Cinema di Venezia due film raccontano le difficoltà del diventare madri. E Maternity Blues mette al centro della storia le mamme assassine

Nell’ultimo Festival del cinema di Venezia la maternità è stata protagonista di due film molto discussi. Quello di Cristina Comencini, “Quando la notte” racconta della terribile solitudine e dei sentimenti di rabbia, frustrazione e tristezza di una giovane mamma che vive da sola in un paesino di montagna e che sfiora la follia.

Il film non è stato accolto bene dalla critica e la regista ha commentato le risate e i giudizi negativi sottolineando che la società non è ancora  abituata  a parlare della maternità prescindendo dai soliti canoni romantici ed edulcorati
Quel che è certo è che guardando il film della Comencini il pensiero non può non correre alla villetta di Cogne e a ciò che di terribile vi è accaduto.

Essere madri e assassine: un binomio che tutti spazziamo via dalla nostra mente perché nulla ci sembra più inaccettabile di una madre che toglie la vita al proprio figlio. Eppure i giornali ci raccontano spesso di madri assassine (nel 2010 si è registrato un numero di infanticidi superiore di cinque volte rispetto al 2008) e a indagare nel profondo delle anime delle mamme assassine arriva nei cinema Maternity Blues di Fabrizio Cattani. Quattro donne, tutte madri assassine e tutte con storie diverse, si incrociano tra le mura dell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere in un labirinto infernale fatto di sensi di colpa, negazione della realtà e istinti suicidi. In un corto circuito di annullamento e dolore che non avrà mai più fine.

Ma perchè la depressione post parto è così diffusa? Quanto conta l’isolamento sociale e familiare al quale spesso le neomamme sono costrette dopo la nascita del loro bambino, soprattutto se vivono lontane dalla loro famiglia di origine, in un luogo diverso e forse poco ospitale? E quanto conta l’aspettativa che si crea attorno al tema della maternità?
Difficile, forse, rapportarsi con una quotidianità difficile, solitaria, frustrante se nei nove mesi precedenti tutta l’attesa è stata edulcorata da aspettative fantasiose e dalla presenza di amici e familiari che poi si sono dileguati dopo poche settimane dalla nascita del bambino.

Voi cosa ne pensate?

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