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E’ giusto vietare ai propri figli di viaggiare trasmettendo loro la paura di un pericolo in agguato?

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E' giusto vietare ai figli di viaggiare dopo gli attentati? Come evitare di trasmettere loro paure e angosce? Risposte e riflessioni della psicologa alla luce degli ultimi avvenimenti

Vietare ai figli di viaggiare dopo gli attentati?

E’ davvero difficile poter dare consigli ad un genitore che cerca di proteggere da possibili massacri, attentati terroristici o pericoli il proprio figlio quando sceglie di viaggiare. Ma è giusto privare i figli di queste esperienze, trasmettendo magari loro le paure e i timori di incorrere in qualche disgrazia? No, non è giusto. Tutto si può evitare riuscendo a ben comprendere qual è il modo migliore per farlo.

Come crescere i bambini senza paura

Quando ci si sposta per viaggiare le possibilità che qualcosa accada è sempre presente ma in questo periodo storico le probabilità sono maggiori. Ed allora la paura predomina e diviene preponderante. Nasce lo sgomento poiché quei luoghi che sembrano così maledettamente affascinanti nascondono un pericolo di morte. Soprattutto se si viaggia con bimbi piccoli o con i ragazzi il senso di protezione è indiscutibile e per certi versi necessario. Dopo gli attentati una riflessione emerge:

Significa che so già che non ci tornerò più lì. Che non mi fiderò più a portare Pietro. Che forse comincerò ad avere paura degli aeroporti, della metro, del tram. Che ho già paura. Che questa paura la trasmetterò a mio figlio per evitare che si possa trovare in una situazione simile. (Fonte: Corriere della sera)

Le parole di questa mamma sono esplicative del disorientamento che si prova dinanzi alla eventualità della morte. La libertà di aver vissuto pienamente il mondo e l’impossibilità di farlo ancora, se non mettendo a repentaglio la propria vita, fa pensare alla caducità delle cose. Diversi studi (Eurodap, 2016) hanno confermato il cambiamento delle abitudini di vita di gran parte dei viaggiatori in seguito agli attentati terroristici. La presenza delle forze dell’ordine all’interno degli aeroporti o stazioni ferroviarie non tranquillizza gli animi, ma crea maggiore fastidio proprio perché rievoca alla memoria ciò che è accaduto e la possibilità che possa risuccedere.

Le donne italiane tra i 25 e i 55 anni sono maggiormente sensibili a questo genere di paure soprattutto se hanno figli. Il condizionamento è tale da dirigere la scelta verso una località turistica più tranquilla.

Ma come comportarsi con i propri figli?

Bisognerebbe partire da se stessi per affrontare i timori legati agli eventi e al futuro. L’acquisizione di una maggiore consapevolezza in merito alle angosce che pervadono la psiche umana come conseguenza degli avvenimenti accaduti negli ultimi anni potrebbe proteggere i propri figli dalle inquietudini legate non solo al viaggio ma anche alle circostanze della vita. La possibilità di parlarne razionalizzando il vissuto legato agli spostamenti trasmette ai bambini e ai ragazzi il senso di una scelta determinata da una cognizione di causa e non dal panico. Le valutazioni sul piano di realtà permettono di scindere ciò che realmente succede da ciò che si immagina possa accadere. È anche vero che farsi intrappolare dai condizionamenti esterni significa limitare la propria vita e il proprio pensiero, nonché il comportamento che ne deriva.

Restare fermi o inculcare il proprio disagio nei più piccoli non agevola la voglia di vivere ma vincola i loro movimenti all’interno di un’area circoscritta facendo perdere l’occasione di crescere e ampliare la propria visione delle cose. Ciò sta a significare che riconoscere le proprie paure rispetto ad un evento (la paura della morte accidentale) può aiutare a vivere più liberamente la scelta dei ragazzi di viaggiare in questo momento specifico o almeno farlo quando il terrorismo sarà solo un brutto ricordo e loro saranno più grandi.

Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene. (Rosa Luxembourg) 

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