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Vita da giungla, intervista alla psicologa

In occasione dell'uscita in dvd del film d'animazione Vita da Giungla - Operazione Tricheco, la psicologa e psicoterapeuta Angelica Arace ci parla del processo di costruzione della propria identità nei bambini

Un pinguino arrivato nella giungla quando era ancora un uovo, che crede di essere una tigre e si dipinge il corpo a strisce: ecco Maurice, il protagonista del film d’animazione francese Vita da Giungla: Operazione Tricheco, uscito in Italia in Dvd il 9 gennaio e da cui è stata tratta anche una serie tv. Gli altri personaggi del film, amici di Maurice, sono una deliziosa quanto scombinata combriccola di animali molto particolari, dall’ingenuo ma irruente gorilla Miguel, al canterino facocero Fred passando per Batricia, un pipistrello femmina con il terrore del buio.



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Loro ed altri accompagneranno Maurice al Polo Sud, dove è stato richiamato per salvare una colonia di pinguini dall’invasione di un gruppo di temibili trichechi. Cosa imparerà Maurice sulla sua vera identità? Riuscirà a mostrare il coraggio di una vera tigre nonostante in fondo rimanga un pinguino?

Come per il simpatico e buffo Maurice, quello della costruzione della propria identità è un aspetto fondamentale nella crescita di un bambino ed in questo va sicuramente affiancato da un genitore in grado di sostenere il piccolo nella ricerca della sua personalità, dei suoi gusti e delle sue capacità, senza soffocarlo o metterlo davanti ad aspettative impossibili da soddisfare. Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta Angelica Arace, professore associato di Psicologia dello sviluppo all’Università di Torino ed autrice del libro Psicologia della prima infanzia (edito dalla Mondadori).

Qui sotto trovate anche una simpatica clip estratta dai contenuti speciali del Dvd Vita da Giungla.



Spesso i bambini cercano di costruirsi un’identità fin dalla prima infanzia: qual è il modo migliore, per i genitori, per non proiettare su di loro le proprie aspettative, soffocando così la personalità del bambino?
Le nostre esperienze infantili e il significato che attribuiamo loro hanno un profondo impatto sul nostro modo di essere genitori. Essere consapevole delle proprie esperienze passate aiuta l’adulto ad accogliere con sensibilità ed empatia il bambino per quello che è e non per quello che avrebbe voluto che fosse: nella mente di ogni genitore si originano, infatti, sin dai primi tempi dell’attesa, fantasie e aspettative su come sarà il proprio figlio, ma tale bambino immaginario deve lasciare il posto al bambino reale, con le sue peculiari caratteristiche fisiche e psicologiche, anche se ciò può comportare un certo grado di dolore o delusione per il genitore. Solo in questo modo al bambino sarà consentito di costruire la propria storia e la propria identità, senza essere costretto ad aderire ad un’immagine di sé che non sente come davvero sua, per conquistarsi amore e stima del genitore. Se infatti nutrire delle aspettative nei confronti dei figli è funzionale a guidare lo sviluppo del bambino, ponendogli dei traguardi di crescita, incoraggiandolo ad affrontare nuove esperienze, passandogli il messaggio che ci sta a cuore il suo futuro, quando queste diventano eccessive si trasformano in una gabbia per lo sviluppo: i genitori dovrebbero quindi essere in grado di valutare se le richieste che pongono al bambino vadano davvero nella direzione di sostenerlo nel suo percorso di crescita o se invece rappresentino un modo per dare soddisfazione a desideri propri o di altri membri della famiglia, “costringendo” il bambino a realizzare lui ciò che magari il genitore non è riuscito o non ha potuto realizzare.







In che modo, invece, i genitori possono aiutare i bambini in questa fase di crescita attraverso degli stimoli (culturali, ludici o di altro tipo) che li aiutino a individuare e a comprendere le loro attitudini?
La prima regola da osservare è offrire al bambino – e non imporre – esperienze e stimoli adeguati al suo grado di sviluppo e al suo modo di essere: in ogni fase della crescita sono necessarie determinate esperienze, anche se poi i bambini superano le diverse tappe evolutive con tempi differenti. Proporre esperienze diversificate che rispettino i tempi e i modi di crescita del bambino può aiutare i genitori a comprendere quali siano le reali passioni del figlio e le sue inclinazioni. Occorre poi ricordare che è importante non premere il piede sul pedale dell’acceleratore della crescita, come è comune rilevare nella società odierna dove la vita dei bambini è sempre più programmata all’insegna del dover imparare e ad età sempre più precoci. Mettere fretta al bambino, in qualsiasi fase dello sviluppo, spesso si rivela controproducente e può far sì che in realtà le basi del suo sviluppo futuro siano traballanti: è un po’ come costruire una casa troppo in fretta, con fondamenta poco resistenti, che può crollare davanti alla prima tempesta. Inoltre, si corre il rischio di affaticare il bambino con stimoli che non può “digerire” adeguatamente, di frustrarlo obbligandolo a confrontarsi con impegni troppo gravosi, di eliminare ogni spontaneità e divertimento che invece sono alla base di ogni apprendimento nell’infanzia.



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Qual è il confine tra il fornire degli stimoli ai bambini e caricarli di una pressione eccessiva facendoli partecipare a troppe attività? È positivo lasciar loro una certa autonomia nella gestione del tempo libero?
In una società come quella attuale è facile rilevare la tendenza a riempire “l’agenda dei figli” con le più svariate attività – dalla danza al corso di inglese – che vanno ad occupare le ore della giornata libere dagli impegni scolastici. Non si lascia ai bambini il tempo di apprendere davvero dall’esperienza, correndo da un’attività all’altra, e non c’è più il tempo per giocare liberamente, rilassarsi, chiacchierare, partecipare alle normali attività quotidiane della famiglia. I bambini le cui giornate sono sempre e solo riempite da attività programmate e strutturate dagli adulti rischiano di perdere la spontaneità, di non avere occasioni in cui inventarsi un gioco e sperimentare liberamente le proprie idee, di avere poche occasioni in cui trascorrere del tempo libero con i coetanei o godersi la compagnia e rilassarsi con gli altri membri della famiglia. I bambini hanno bisogno di tutte queste esperienze ed anche di avere a disposizione delle ore in cui fare semplicemente ciò che va a loro più a genio: in questo modo possono imparare a gestire il proprio tempo e i propri spazi, ad autodeterminarsi e a divenire responsabili delle proprie scelte.



GUARDA LE FOTO: Vita da giungla - Operazione Tricheco



Può capitare che talvolta, magari per caratteri o interessi differenti, un genitore provi un senso di “delusione” verso il proprio figlio? Come fare per superarlo e soprattutto per non far trapelare questo stato d’animo?
Ciascuno di noi, per crescere, ha bisogno di essere riconosciuto, apprezzato e valorizzato per quello che è, e ancor di più se siamo dei bambini la cui personalità è ancora tutta in formazione. Lo sguardo del genitore, i suoi commenti e atteggiamenti trasmettono al bambino il senso e il valore di se stesso: sentirsi delusi e far trapelare tale vissuto significa comunicare al bambino, anche se non esplicitamente, che per noi lui non vale abbastanza, o è diverso da come lo avremmo voluto. Così facendo, si minano le basi della stima di sé del bambino, con conseguenze negative sul suo sviluppo futuro. Il genitore è tenuto dunque ad interrogarsi sui motivi della sua delusione, che spesso, come già detto, si intrecciano con le proprie esperienze infantili, al fine di fare i conti con tale vissuto e non lasciare che tale ferita narcisistica impedisca di costruire un legame soddisfacente con il proprio figlio.
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