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Regressioni infantili. Come intervenire

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Ci sono periodi in cui il piccolo fa molti progressi e altri in cui ha bisogno di una pausa e, quasi fosse spaventato dai suoi grandi passi avanti, regredisce. La pediatra ci spiega perché questo accade e come intervenire

Regressioni nei bambini

La regressione che i nostri figli possono manifestare durante i loro primi anni di vita è l’espressione di un disagio e nel contempo una vera e propria richiesta d’aiuto che stanno rivolgendo a noi genitori e adulti. Quando un bambino di 2, 3, 4 o più anni torna indietro diciamo che è regredito in una fase in cui la dipendenza dai genitori, da chi lo stava e sta accudendo era, fino a quel momento fatidico, maggiore e maggiori erano anche le attenzioni e le cure che stava riceveva.

Questo comportamento è peculiare, non insolito, discretamente frequente, perché è uno dei tanti meccanismi di difesa che i bimbi piccoli conoscono e si servono per proteggersi da qualcosa che avvertono come particolarmente disagevole.

Le cause sono molteplici

Solitamente è un momento particolare della crescita, una situazione difficile, uno stato di fatica generalizzata. Le cause possono essere diverse e di varia natura:

  • un cambiamento importante in famiglia come la nascita di un fratellino
  • la personale difficoltà ad affrontare il distacco dalla mamma per la sua ripresa del lavoro o l’inserimento in asilo
  • la separazione dei genitori
  • un’esperienza traumatica vissuta in prima persona
  • la perdita, il lutto di una persona a loro molto vicina.
La crescita del bambino da 0 a 6 mesi

Ciò nonostante, quando il bambino fa una pausa, o sembra andare indietro nel cammino verso l’autonomia, non necessariamente sta esprimendo un disagio. Lo sviluppo del bambino è un percorso complesso sia per i rapidi cambiamenti fisici sia per i cambiamenti nella relazione con le figure di legame affettivo a lui più vicine, inoltre, passando da una fase ad un'altra, il piccolo, che voglia o no, manifesta sempre una specie di paura quando abbandona lo stato precedente già conosciuto e perciò rassicurante.

Ne consegue che questo passaggio appare sempre difficile, sia per il bambino sia per i genitori, e porta a manifestare delle crisi, che sono naturali, ma che possono creare dei sintomi di disagio patologici che vanno guardati con attenzione per la difficoltà del momento. Il percorso dello sviluppo infatti, non segue una linea retta: ci sono periodi in cui il piccolo fa molti progressi e altri in cui ha bisogno di una pausa e, quasi fosse spaventato dai suoi grandi passi avanti, trova a cercare insistentemente le attenzioni della mamma con quei classici comportamenti da cucciolo.

Se nel giro di pochi giorni, fatto il piano di coccole e rassicurazioni, si mostra pronto a rimettersi spontaneamente in marcia verso nuovi obiettivi, non c’è nulla di cui preoccuparsi e non siamo innanzi a una vera e propria regressione. Importante è non allarmarsi subito, ma osserviamo e valutiamo attentamente cosa sta accadendo nella crescita del nostro bimbo. Nei primi anni di vita lo sviluppo normale è particolarmente veloce, movimentato e facile a generare delle difficoltà. Il bambino non può essere considerato al di fuori del rapporto con il suo ambiente familiare, pertanto lo sviluppo avviene su due versanti:

  1. innanzitutto le spinte interne ovvero le spinte alla crescita del bambino stesso,
  2. secondariamente le costituenti esterne, ovvero le spinte alla crescita direzionate dall’ambiente e dalle relazioni che il bambino intrattiene con esso. 

Lo sviluppo attraversa quindi diverse fasi ognuna delle quali è caratterizzata da momenti di passaggio che creano normalmente delle situazioni di disagio; le cosiddette crisi della crescita, attraversate da tutti più o meno in una età specifica,  all’'interno delle quali si manifestano altrettanto normalmente diversi sintomi. Quello che è necessario considerare è se questi sintomi appaiono momentaneamente e quindi sono coerenti con il momento evolutivo del bambino e quindi destinati a scomparire con il superamento della fase di passaggio, oppure se persistono oltre il necessario e si manifestano in forma rigida, un pò come se il bambino non potesse più farne a meno anche se il momento della crisi è passato.

Si può così dire che ciò che crea la differenza fra sintomo normale e sintomo patologico sia la sua persistenza oltre la durata della crisi e la sua intensità. Oltre a questi “stadi” dell’evoluzione il bambino attraversa altri momenti di passaggio legati al rapporto con l’ambiente specifico di appartenenza come l'inizio della scuola, la nascita di un fratello o di una sorella, separazioni e lutti, durante i quali possono emergere, come nel caso delle crisi evolutive, dei sintomi di disagio.

La crescita del bambino da 6 a 12 mesi

Per il bambino il concetto di normalità va inteso come processo dinamico e come ricerca di equilibrio tra se stesso e l'ambiente, tra le spinte alla crescita interne e quelle esterne, individuandolo quindi come una capacità di reazione per ritrovare un equilibrio precedentemente perso. Viene da sé che in lui un conflitto tra il mantenersi legato al passato e la spinta fisiologica ad affrontare la fase successive è presente ed è in questi momenti che si rende evidente la crisi che altro non è che il segnale del cambiamento, la rottura di una struttura mentale che si era stabilizzata e di conseguenza si destabilizza il vecchio ordine. Ma questa novità spinge il bambino verso la crescita attraverso sintomi specifici, una occasione per esprimere un disagio normale.  

Da 0 ad 1 anno – allattamento - crisi dello svezzamento

È provocata dal passaggio dall’alimentazione liquida a quella solida; il significato è da cercare nella spinta a rendersi indipendente ed autonomo dalla madre per iniziare a relazionarsi con il mondo; questa situazione crea, tanto nella madre quanto nel figlio la paura di perdere l’altro e quindi angosce di abbandono. Il mancato superamento di questa crisi può far sviluppare al bambino disturbi psicosomatici o del comportamento alimentare. Con la nuova alimentazione solida il bambino impara che esistono altre cose oltre al latte e così facendo il rapporto con la madre che lo nutre si estende ed evolve; in questo modo impara che quella che sembra una perdita può rivelarsi come una conquista di qualcosa che prima non c’era e che ora egli, tramite l’alimentazione, può far entrare nel suo mondo.

In questo modo scopre che oltre ad essere dei ricevitori passivi di alimentazione esiste la possibilità di procurarsi il cibo più attivamente, masticandolo per renderlo assimilabile. Anche per la madre questa fase può essere una crisi, deve rinunciare ad allattare il suo piccolo, la forma più esclusiva di rapporto con il figlio e smuove nel suo profondo i vissuti relativi al suo stesso rapporto con la madre che la allattava.  La conclusione di questo stadio si può individuare nel momento in cui il bambino inizia a mettere i denti e quando comincia a gettare gli oggetti per gioco.  

  • Sintomi naturali

possono essere l’inappetenza ed una momentanea perdita di peso, pianti prolungati e monotoni, angoscia dell’estraneo, temporanei disturbi del sonno.

  • Sintomi patologici

possono essere rappresentati da un generale e forte ritiro dalle relazioni con gli altri, forte inappetenza, blocco dell’attività motoria, gravi e persistenti disturbi del sonno, isolamento indicato da continui dondolamenti del capo e del corpo, forte regressione settoriale o generalizzata.  

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Da 1 a 3 anni – scoperta del mondo – crisi dell’opposizione

È la fase del no, il bambino non accetta più le imposizioni dei familiari, diventa oppositivo e testardo per riuscire ad affermare l’autonomia delle sue scelte e la propria individualità. In questo periodo inizia a dire NO, IO, TU, facendo capire che sta iniziando a sentirsi un soggetto separato dai genitori, manifesta una differenza di vedute: IO la penso diversamente da TE, inizia a distinguere sé dagli altri e questo processo continuerà fino a consolidarsi definitivamente fra i tre ed i sei anni. Dire NO è un’attività che al bambino crea molta soddisfazione, quando si oppone aspetta con curiosità di vedere come l’altro reagirà.

  • Consigli

È molto importante raccogliere i no per quello che sono senza arrabbiarsi troppo, ma osservare l’opposizione con tranquillità dato che questo è il primo segno di affermazione di sé del bambino.

  • Sintomi naturali

sono la testardaggine e l’aggressività oppure, al contrario, si chiude in se stesso e evita le relazioni.

  • Sintomi patologici

sono invece un’aggressività persistente ed eccessiva, il possibile rifiuto di andare all’asilo, regressioni del linguaggio a livelli precedenti quelli raggiunti.  

Da 3 a 6 anni – conoscenza del mondo – crisi edipica

È il passaggio dall’ambiente familiare al mondo esterno, il periodo in cui i bambini fanno conoscenza con l’ambiente scolastico e iniziano le dinamiche di separazione dai genitori. Per quanto riguarda il rapporto con questi ultimi la relazione si consolida e nel bambino nasce la consapevolezza delle differenze sessuali, del controllo sfinterico e l’abbandono del pannolino. Ora il bambino distingue il suo corpo in diverse parti di cui può controllare il funzionamento, distingue lo sporco dal pulito, inizia a capire ciò che può essere fatto e quello che non può essere fatto, conosce le prime regole ed inizia ad adeguarvisi ed è per questo che è pronto per inserirsi in un mondo sociale più ampio. In questa fase si consolida anche il linguaggio ed aumenta la capacità comunicativa verbale.

La crisi di questo stadio dello sviluppo è la famosa crisi edipica; il bambino conclude la differenziazione dai genitori e sviluppa il desiderio di avere un rapporto privilegiato con il genitore dell’altro sesso, ora sa chi è e quali sono le differenze tra lui ed i genitori e tra mamma e papà; nello stesso tempo sviluppa sentimenti ambivalenti di ammirazione e contrapposizione nei confronti del genitore dello stesso sesso; in questo modo il bambino si identifica con le caratteristiche del suo sesso e prende la sua forma; questo porta al vissuto di separazione definitiva dalla coppia dei genitori, cosa che lo fa sentire bene visto che sta prendendo la sua forma ma che nello stesso tempo gli fa venire la paura di perdere, differenziandosene, le figure di riferimento.  

  • Sintomi naturali di questo periodo

sono rappresentati dall’ansia di separazione, da un possibile ritardo nel controllo degli sfinteri, possibili balbuzie momentanee, regressione parziale delle competenze di linguaggio acquisite, fobie verso animali che possono divorare, ansia di danneggiamento fisico, mangiarsi le unghie, masturbazione.

  • Sintomi patologici

sono enuresi (incapacità a trattenere le urine) encopresi (incapacità a trattenere le feci), regressioni, tic, balbuzie, fobie notturne e diurne che provocano un elevato livello di angoscia, rifiuto dell’inserimento scolastico, elevata frequenza di malattie.

Cosa possono fare i genitori?

  • La cosa più importante è non rimproverare il bambino, ma cercare di capire cosa si nasconde dietro questi comportamenti cercando di dare spazio a ciò che sta provando, ma indirizzandolo verso un atteggiamento più consono alla sua età.
  • Trovare dei compromessi è la cosa migliore. Qualunque sia la causa della sua regressione, il bambino va ascoltato, cercando di comprendere cosa lo spaventa e cosa sta cercando di comunicare con il suo comportamento.
  • Fondamentale è mantenere la calma, non andare in ansia perché aumenterebbe la sua insicurezza, essere chiari, semplici nel linguaggio, dolci, offrire un surplus di coccole e di attenzioni sono un toccasana fondamentale, perché sapere che mamma e papà lo amano, sempre e comunque, in ogni situazione, lo aiutano a sentirsi più sicuro di sé e fiducioso nei confronti del mondo esterno
  • inoltre leggere o raccontare fiabe e storie con vicende simili a quello che sta vivendo, gli permette di esorcizzare tensioni e paure inespresse e al tempo stesso sono un effetto rassicurante.
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