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Identità di genere: da cosa viene influenzata?

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Fin da quando si è bambini esistono una serie di comportamenti che sono considerati più o meno appropriati e pertanto incoraggiati o scoraggiati a seconda dell’identità biologica del bambino, cioè rispetto al suo essere un maschio o una femmina

Identità di genere

Riflettere sul ruolo che gli stereotipi hanno nell’influenzare il comportamento delle persone non è soltanto un’indagine all’interno della Psicologia sociale; rintracciare le origini socio-culturali dei  pregiudizi alla base degli stereotipi, quando si fa riferimento al delicato tema dell’identità sessuale e dell’orientamento sessuale degli individui, è fare una riflessione che abbraccia un ampio spettro di ambiti, come la filosofia, l’etica, la religione e la medicina.

Anzitutto è opportuno fare un chiarimento sui termini identità di genere e orientamento sessuale: con il primo si fa riferimento al costrutto psicologico relativo al sentirsi individuale del soggetto all’interno del proprio corpo, che si esplica nell’atteggiamento corrispettivo di femminilità o di mascolinità.

L’identità di genere quasi sempre coincide con l’appartenenza al sesso biologico, ma in una minoranza di soggetti si verifica un’identificazione con le caratteristiche del sesso opposto: questo significa che è possibile sentirsi una donna anche se si ha il corpo di un maschio o viceversa.
Questa condizione è nota come transessualismo.

L’orientamento sessuale invece ha a che fare con l’oggetto del desiderio sessuale di un individuo che può avere un orientamento di tipo eterosessuale, omosessuale o bisessuale, indipendentemente dall’identità di genere del soggetto: una transessuale da maschio a femmina può essere cioè eterosessuale, lesbica o bisessuale, così come un transessuale da femmina a maschio può essere eterosessuale, gay o bisessuale.

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Nel DSM, il Manuale Diagnostico più utilizzato in ambito clinico per la classificazione dei disturbi psichiatrici l’omosessualità e pertanto la questione relativa ai gusti sessuali di un individuo è stata considerata fino al 1968 una deviazione sessuale, un disturbo mentale fino alla seconda edizione della terza revisione (DSM-III R,1987) del Manuale se ego-distonica (cioè vissuta con disagio dall’individuo), e sarà necessario attendere fino alla quarta edizione del Manuale (1994) affinchè essa sia riconosciuta come una variante del comportamento sessuale, cioè un orientamento del proprio desiderio sessuale sullo stesso genere piuttosto che sul genere opposto.

Per la Medicina cioè, nessun omosessuale può essere più considerato un paziente psichiatrico unicamente sulla base dei suoi gusti sessuali, ma anche se questa presa di posizione da parte della Scienza è sicuramente un importantissimo passo avanti contro lo stigma secolare che perseguita gli omosessuali è molto più difficile eliminare la presenza di questo pregiudizio ella gente comune, indipendentemente dal livello culturale.
All’interno dei Disturbi Sessuali invece è ancora in vigore la validità diagnostica della condizione nota come Disturbo dell’identità di genere. E’ quindi la mancata coincidenza della propria identità biologica con quella sessuale ad essere a tutt’oggi annoverata nei manuali diagnostici, anche per motivi culturali.

Infatti fin da quando si è bambini esistono una serie di comportamenti che sono considerati più o meno appropriati e pertanto incoraggiati o scoraggiati a seconda dell’identità biologica del bambino, cioè rispetto al suo essere un maschio o una femmina. Ad esempio certi capricci e certe moine sono generalmente considerate normali in una bambina, mentre vengono rimproverate al maschietto. Esiste cioè fin dai primissimi anni di vita un’inclinazione dell’identità di genere da parte del contesto familiare e sociale in base all’appartenenza biologica dell’individuo ad un sesso o all’altro. Pertanto difficilmente un maschietto sarà elogiato dalla mamma o dal padre se preferirà giocare con le bambole piuttosto che con i soldatini.

Difficilmente crescendo sarà tollerato il pianto prolungato o la passione per attività tipiche dell’altro sesso. In realtà se è vero che nell’anamnesi di molte persone transessuali gli elementi caratteristici della loro identità transessuale sono riscontrabili fin dall’infanzia non è detto che la presenza in infanzia di comportamenti o interessi tipici del sesso opposto sfoci in un’identità sessuale di tipo trans-gender.

Infatti una chiara presa di coscienza sulla propria identità di genere e ancor più una scelta consapevole del proprio orientamento sessuale è un’acquisizione tipica della fine dell’adolescenza: solo in questo momento si può dispiegare la prognosi di comportamenti trans-gender in infanzia.

In particolare in determinati contesti culturali e in alcune famiglie vi è un atteggiamento intollerante nei confronti della possibilità di una scelta di genere che sia contraria alle aspettative comuni. Dall’esperienza clinica con persone transessuali da uomo a donna emerge quasi come un elemento invariante nelle loro storie personali un rapporto molto difficile con le famiglie, che in genere conduce queste persone all’allontanamento da casa e alla prostituzione come forma di mantenimento: in particolare i padri  sono coloro che sembrano maggiormente ostacolare e punire la scelta transessuale, mentre in genere con le madri viene conservato un rapporto migliore.

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Ma senza giungere all’estremo del transessualismo è spesso presente all’interno di molte famiglie un atteggiamento fobico nei confronti di tutte quelle attività che non sono congrue con il sesso di appartenenza, soprattutto riguardo i figli maschi. Difficilmente ad esempio è accettato che un maschio abbia la passione per la danza perchè essa è considerata una prerogativa femminile. Appare meno strano invece, forse in virtù di una sempre più elogiata parità sessuale, che una donna si dedichi alle arti marziali o alla boxe, destando senza dubbio meno scalpore.
In realtà creare un forte carico di aspettative circa il modo in cui sarebbe lecito o meno comportarsi, solo in virtù del proprio genere sessuale, non fa altro che creare ulteriore confusione nei soggetti.

Molti adolescenti si rivolgono agli psicologi portando come problema il fatto di non essere certi del proprio orientamento sessuale. Questo perchè il loro non riconoscersi come gli altri  si aspettano che si dovrebbero sentire in determinate situazioni (in primis i genitori), cioè super-maschi o super-femmine a tutti i costi, insinua in loro il dubbio della diversità come non corrispondenza ad un modo pre-confezionato ed altrui-diretto di sentire e di sentirsi rispetto alla propria mascolinità o femminilità. In genere queste persone non sono nè transessuali nè omosessuali, ma è il corrispondere forzato a determinate aspettative comportamentali che sono presenti nei loro confronti fin dall’infanzia, che le può rendere insicure fino a dubitare della loro reale natura.

Ad esempio se un padre ha educato il proprio figlio all’idea che un vero maschio non deve assolutamente piangere, nel momento in cui la sua sensibilità sarà urtata fino a produrre il pianto questo potrà far nascere un sospetto circa la propria virilità, che nulla ha a che vedere in realtà con un orientamento omosessuale vero e proprio.

Aspettarsi da un figlio maschio un super-macho può produrre tutte le insicurezze e le fragilità di chi deve obbligatoriamente identificarsi con un modello esterno irragiungibile, con conseguenti tematiche relative all’inadeguatezza, all’ansia performativa, alla paura dell’esposizione, del deludere le altrui aspettative.
E’ pertanto opportuno riflettere sul fatto che un’estremizzazione dei comportamenti che si confanno ai ruoli sessuali nell’educazione può anche portare al risultato opposto: quello di alimentare dubbi, complessi, sofferenze che si potrebbero evitare insegnando ai figli il valore assoluto di essere soprattutto se stessi

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