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Come educare i bambini all'uso delle immagini

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Negli ultimi anni stiamo assistendo a un cambiamento epocale della comunicazione, promossa dalla cultura dell'apparenza. Come educare i bambini alle immagini e all'uso che si fa di esse?

Come educare i bambini alle immagini

L’educazione oggi passa necessariamente dalle immagini? Le immagini sono diventate il vocabolario universale del mondo contemporaneo. Lo strapotere e l’utilizzo smodato di Facebook, Instagram e degli altri social network sono soltanto la prova più evidente dell’importanza del nuovo scenario che il nuovo statuto dell’immagine ha prodotto.

Quello che si propone qui è una riflessione sull’impatto umano di quest’importante cambiamento. Oggi l’uomo si nutre d’immagini (quante ne vediamo scorrere ogni giorno?), conosce attraverso esse (l’informazione più veloce passa da lì), ci guadagna ( un esempio è la nuova figura professionale dell’influencer) e la lista è ancora lunga. Riprendendo un’espressione di Michele Neri, presente nel libro, dal titolo emblematico Photogeneration, possiamo dire che “Siamo fatti al 70% di immagini”. Stiamo dunque assistendo a un cambiamento epocale, promosso dalla cultura delle immagini, non soltanto della comunicazione ma anche, forse, di ciò che si intende per verità.

Perché due dei suoi pilastri, l’informazione e l’idea che abbiamo di noi stessi, che ci facciamo degli altri, in sostanza quello che pensiamo del mondo sono, si potrebbe dire, costruite sulle immagini. A fronte di ciò, è doveroso riconoscere che, a una rapidissima evoluzione delle tecnologie e delle nuove modalità di entrare in relazione che queste hanno portato, non si è accompagnata un’educazione morale rispetto a esse; nello specifico si sottolinea che non è stata data importanza sufficiente al discorso sulle immagini. E quest’assenza ha prodotto delle aporie sociali che comportano una difficoltà del singolo a prendere una posizione di fronte ai nuovi fenomeni che caratterizzano la nostra società.

Bambini e social. Guida ad un utilizzo sicuro

Un esempio sono i modelli “aspirazionali” di Instagram, che sembrano mostrare come si debba essere e quello che ha valore. Come ci dovremmo porre davanti a questa realtà? Come guardare ai figli che guardano questo scenario? Perché la sensazione è che ormai si fotografa senza riconoscere l’alterità, ma con l’intento di appianare le differenze, quasi ci fosse una “versione condivisa dell’esistenza” davanti a cui siamo posti e che provoca in noi, e specialmente nei più giovani, una reazione. Un’altra verità sociale che si presenta potrebbe essere riassunta così: “se non si fotografa, non è avvenuto”. Se non “postiamo” un’immagine di una festa a cui abbiamo partecipato o della nostra nuova relazione, è un po’ come se questo non fosse davvero successo. Perché non lo abbiamo detto con le immagini. Detta così sembra assurdo, ma è una sensazione condivisa da molti.

Di fronte a queste nuove questioni che le fotografie attraverso i social network ci pongono, è difficile trovare delle risposte Si può tuttavia osservare che non sia tanto da criticare l’uso smodato di queste applicazioni o siti, ma il fatto che manchi un’educazione ad affrontare l’altro e se stessi attraverso le immagini. Non si parla di rischio ma più che altro di una possibilità sprecata. Abbiamo letteralmente nelle nostre mani degli strumenti che ci danno una possibilità di esprimerci e di raccontarci come mai prima d’ora, però l’evoluzione è così veloce e così, appare pleonastico dirlo, nuova, che facciamo fatica a capire dove ci porterà.

Tuttavia è importante fermarsi a ragionare su quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi soprattutto da un punto di vista educativo. Questo in ragione del fatto che i giovani sembrano essere stati designati come cavie di un esperimento: trasferire parti di sé in un ambiente (internet, il digitale…) accessibile a tutti, dove tutti possono entrare, commentare, giudicare…Quest’attraente possibilità contiene logicamente delle problematicità: dal grave fenomeno della pedopornografia, per cui i social sono una miniera, al complicato, soprattutto perché inedito, rapporto tra il sé in divenire dei giovani e le fotografie che dicono di loro, che parlano per loro. E i ragazzi corrono anche il rischio di essere maggiormente traditi dalle immagini, perché nel frattempo sono chiamati a portare a termine un compito evolutivo fondamentale: trovare la loro identità. E questa come può, a maggior ragione oggi, non passare dalle immagini?

Se quindi l’affermazione della propria identità è più importante e specifica di quell’età, e se quella costruzione ha adesso uno strumento in più, l’immagine, i giovani appaiono più “sotto tiro”: tra immagine e identità c’è meno distanza per loro che per i quarantenni. E’ ragionevole ipotizzare che questa vicinanza possa creare confusione, inserendosi in una fase della vita già di per sé tempestosa. Chi non conosce e non comprende le immagini è un ignorante, certo, ma ai ragazzi vanno forniti dei modelli realistici, perché non si perdano nella tempesta di proposte d’identità e d’identificazione che la rete offre.

Perché nonostante al giorno d’oggi vi siano nuovi strumenti, è importante che gli adolescenti trovino una risposta originale, alla grande domanda sulla loro identità. I giovani sono quindi in prima linea, e il mondo osserva cosa gli accade. Ha dunque senso adottare una posizione etica rispetto a questa evoluzione che sta investendo il mondo, e che vede i ragazzi nella difficile posizione di agenti e strumenti. Appare dunque utile che si possa aprire un discorso sulle immagini, per far in modo che si possano sfruttare le opportunità offerte dal digitale e rendere coscienti i più giovani dei rischi insiti in questo nuovo mondo.

Sarebbe interessante provare a pensare dei modi per arredare queste immagini, per ragionare su di esse con l’obiettivo di arrivare a un’educazione alle immagini. Una possibilità? Ridare valore alla didascalia, sostenendo l’importanza e il valore di accompagnare l’immagine con un testo che la descriva. Questo forse può essere un metodo per “fermarsi” su una fotografia, per guardarla e pensare che cosa vogliamo trasmettere attraverso essa, prima che venga inserita nell’autostrada digitale. Perché, anche controvoglia, tutti noi siamo presenti in questo mondo alter, e siamo responsabili – l’abbiamo creato noi- di quello che accade all’interno.

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