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Coccole, baci e abbracci dei bambini

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I bambini sono naturalmente affettuosi e profondamente sociali nei confronti delle persone significative che si occupano di loro. L’esperienza del contatto è infatti un aspetto fondante della sicurezza, dà una misura concreta della presenza dell’altro nel momento del bisogno

Un famoso esperimento condotto dall’etologo Harlow nel 1959, dimostrò che un cucciolo di scimmia rhesus, potendo scegliere se ricevere il biberon da una mamma-scimmia di metallo o da una ricoperta di pelliccia, preferiva decisamente la seconda, ed era di quest’ultima che ricercava il contatto fisico nelle situazioni di paura.
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Questa evidenza sperimentale fu la base di una serie di studi che portarono alla messa in discussione dell’idea freudiana secondo la quale le uniche pulsioni a regolare la vita psichica sarebbero le pulsioni legate alla sopravvivenza, alla sessualità e le pulsioni distruttive. L’intuizione che vi sia una naturale propensione alla ricerca di esperienze interpersonali ed affettive che accompagnano il soddisfacimento dei bisogni primari e quindi la maggiore disposizione a considerare il ruolo dell’ambiente nello studio dello sviluppo normale e patologico dell’individuo si fece strada anche nel panorama della psicoanalisi.
 
Essa, emancipandosi dalle idee del suo fondatore, che riteneva che la ricerca degli affetti fosse un mero epifenomeno della soddisfazione di bisogni fisici, attraverso gli studi di Bowlby e con la nascita del filone della psicoanalisi delle relazioni oggettuali, iniziò a valorizzare la relazione madre-bambino, così intrisa di affetti e di fisicità, attraverso la quale si attua lo sviluppo dell’individuo.

I bambini sono pertanto naturalmente affettuosi e profondamente sociali nei confronti delle persone significative che si occupano di loro. Questo anche perché all’interno della relazione di accudimento madre-bambino la fisicità ha un ruolo prioritario: tenere in braccio il neonato, manipolarlo, nutrirlo al seno, sono solo alcune delle più comuni attività che comportano un profondo contatto fisico.
L’esperienza del mondo esterno insomma emerge per il bambino contemporaneamente all’esperienza di essere un corpo vivente, con i propri bisogni e le proprie sensazioni, in costante contatto con un altro corpo: quello della madre.

Molte mamme sanno che infatti molto spesso per calmare il pianto del bambino è sufficiente avvicinarsi alla sua culla e prenderlo in braccio, magari dondolandolo o accostandolo al cuore. L’esperienza del contatto è infatti un aspetto fondante della sicurezza, dà una misura concreta della presenza dell’altro nel momento del bisogno.

Una riflessione a parte la merita infatti proprio il potere comunicativo di un gesto semplice come l’abbraccio: nasciamo in un abbraccio, esso è ciò che più spesso ricerchiamo nei momenti in cui ci sentiamo sconfortati, quando rivediamo qualcuno dopo molto tempo, quando vogliamo esprimere una gioia incontenibile.
E’ pertanto una grande gioia ricevere le manifestazioni di affetto dei bambini, che non dovrebbero essere mai scansate o  considerate inadeguate al contesto. E’ giusto lasciare che i bambini esprimano le proprie emozioni e non abbiano paura di richiedere affetto ai propri genitori se ne hanno bisogno, senza paura che il proprio figlio diventi un “mammone”.

Sono i bambini troppo autosufficienti, quelli che sembrano dei piccoli adulti, o che si adeguano passivamente a ogni situazione o capriccio emotivo del genitore quelli che in realtà nascondono al proprio interno bisogni inespressi e fragilità più profonde


 

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