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Uso e abuso del possessivo “mio”

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Un figlio non è il prolungamento narcisistico dei genitori. La psicologa ci spiega perché è importante chiamare per nome i figli e non abusare del possessivo "mio"

Chiamare per nome i figli

"Un figlio è la dimostrazione di essere sani e capaci di procreare. Un figlio può essere in grado di realizzare ciò che i genitori non sono riusciti a fare. Un figlio è il “prolungamento narcisistico di sé”.. Quindi.. ciò che è mio appartiene a me e mi rappresenta! "

L’uso del possessivo “mio” è una costante per alcuni genitori che esprimono il proprio orgoglio quando parlano dei figli. Spesso viene abusato fino a divenire fastidioso. Ma perché? Mio figlio è bravo a calcio, mio figlio è il primo della classe, mio figlio è bello, mio figlio è sveglio e intelligente… Parlando del proprio bambino spesso non ci si accorge di “esaltarlo” troppo e di metterlo in ombra rispetto a ciò che vorrebbe essere.

Dimmi che nome scegli e ti dirò chi sei

Ogni bimbo ha infatti necessità di esprimersi in maniera singolare e gli elogi degli adulti vanno bene se non si esagera. La tendenza ad attribuire il pronome possessivo “mio” tende a “derubare” il piccolo della propria identità lasciandolo in ombra rispetto a ciò che vorrebbe in realtà essere o diventare. Con la sua timidezza, la sua espansività, la sua ilarità ogni ‘cucciolo di uomo’ ha una propria personalità che si definisce col tempo. Non necessariamente, quindi, deve essere ciò che i genitori vogliono che sia. La necessità di sottolineare le sue doti o le sue peculiarità appartiene più agli adulti e ciò ha un significato più che evidente sul piano personale.

Al piccolo, infatti, viene attribuito un nome e pertanto distinto da tutti gli altri componenti della famiglia, ha quindi una propria identità. Il nome proprio di persona e la sua scelta hanno un’importanza notevole sin dai primi momenti della nascita e sono indicative anche sul piano dell’evoluzione della sua personalità. Nomen omen, che in latino significa “nel nome il destino”, viene pure assegnato in base alle aspettative genitoriali per le quali ha luogo un processo di immaginazione che “condizionerà” inevitabilmente il futuro del piccolo. Se il bambino ‘immaginato’ non coincide con il bambino ‘reale’ si creerà un’idiosincrasia che avrà le sue conseguenze nella crescita (per es. il desiderio di una femminuccia non soddisfatto o un bambino buono e calmo, etc.).

Il nome, infatti, attribuisce un’identità e fornisce la possibilità di attuare il processo di separazione - individuazione particolarmente faticoso non solo per il piccolo ma anche per la mamma. Il nome permette di essere riconosciuti e di tracciare in modo assolutamente autonomo il proprio percorso e definire il proprio essere. Ci permette di distinguerci e di affermarci nel ruolo e nella società.

  • È quindi un bene chiamare per nome i bambini per indicare le loro attività e le loro attitudini rispetto alla quotidianità e nel confronto con i coetanei o con i fratelli. La stessa distinzione viene fatta per quanto riguarda i gemelli omozigoti che hanno necessità di essere distinti gli uni dagli altri. La mancata differenziazione dai genitori non permette ai bambini di crescere in maniera autonoma divenendo esclusivamente una proiezione genitoriale. Un prolungamento narcisistico di sé nel quale l’altro rappresenta ciò che si è pensato che possa essere e non l’essere differenziato in sé. I figli vengono osservati e considerati spesso come espressione di se stessi e vivono compensando le carenze degli adulti o facendo in modo che ripercorrano la stessa strada. Ma cosa succede nel bambino? La sua identità e la sua ‘identificazione’ sono forzate dalla potente presenza materna o paterna. Esprimono, di conseguenza, delle scelte effettuate dagli altri e che lui non ha fatto o è stato ‘costretto’ a fare. Le aspettative genitoriali possono avere, di contro, il sapore amaro del fallimento o della formazione di un falso sé dal quale è difficile liberarsi. Ogni bambino, nella sua unicità, dovrebbe riuscire a conservare la propria intimità, le proprie peculiarità senza essere invase da chi invece tende a metterle in mostra per gratificare se stesso.
  • L’approvazione dell’altro diviene la manifestazione del rispetto della sua inclinazione lasciandolo libero di poter esprimersi a prescindere dalle decisioni genitoriali e familiari, ma sostenendolo, accettandolo e accompagnandolo nella sua modalità di esprimersi come libera scelta.Oltre a determinare una conferma rispetto alla propria capacità procreativa 
La generatività diviene un evento altamente dimostrativo 
 ed è fortemente insito di aspetti intrapsichici 
definisce ulteriormente la propria identità di genere. 
sia nella donna che nell’uomo. 
(Ameruoso, 2015)
 
da “Desiderare la genitorialità”
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