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Bullismo a scuola e suicidi. Cosa fare?

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Bullismo a scuola che fare ? Come intervenire ed evitare gesti estremi da parte dei bambini vittime di bullismo ? La psicologa di Pianeta Mamma risponde alle paure di tanti genitori

Bullismo a scuola che fare

Non è raro sentir parlare negli ultimi tempi di fatti di cronaca che riguardano il bullismo a scuola. Diversi episodi fanno riferimento al gesto estremo di bambini vittime di bullismo a scuola, il suicidio, la cui intenzionalità è sempre legata all’età del bimbo (Marcelli, Braconnier, 1997). Ma partiamo dal suo significato.

La funzione del suicidio e del tentativo di suicidio è quella di evitare o fuggire da una situazione vissuta come spiacevole e talvolta non rilevante per gli adulti. La condotta suicida si associa spesso ad uno stato depressivo del bambino e, nel caso di soggetti vittime di episodi vessatori e umilianti, risulta esserne una conseguenza. Infatti, sono tendenzialmente insicuri e se attaccati dagli altri compagni, reagiscono piangendo e chiudendosi in se stessi. Soffrono e l’effetto conduce ad una scarsa autostima e a un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze. Essendo particolarmente sensibili tendono a ritrarsi, ad isolarsi e ad escludersi (e ad essere esclusi) dal gruppo-classe. Perdono, agli occhi dei loro compagni, visibilità e riconoscimento risultando passivi, sottomessi, incapaci di reagire e fronteggiare la situazione. C’è di fatto che tali bambini si auto colpevolizzano e non a caso Diego, il bambino suicida di 11 anni della provincia di Madrid, scrive nella lettera che ha lasciato ai suoi genitori “spero che un giorno mi odierete di meno”, quasi a voler sottolineare la sua disperazione e il vissuto di incapacità nell’essere stato un bambino non all’altezza delle loro e altrui aspettative.

Bullismo: cosa fare se capita a tuo figlio

Ma che significa bullismo?

Alcune ricerche avviate in Norvegia nel 1982 in seguito al suicidio di 3 ragazzi di età compresa tra i 10 e i 14 anni spingono uno psicologo, Dan Olweus, a fare indagini sul caso rendendosi conto che questi erano stati sottoposti a prepotenze e umiliazioni da parte dei loro compagni. Bullyng sull’Oxford Dictionary se riferito a persona significa maltrattamento, sopruso, mentre se attribuito al comportamento ha il significato di prepotente. Un bullo è quindi una persona prepotente, in grado di coinvolgere altri coetanei, che mette in atto dei comportamenti vessatori, di umiliazione, di calunnie nei confronti di uno o più compagni col fine ultimo di escluderli dal gruppo. Lo stesso avviene nel mobbing anche se il contesto cambia.

Cosa spinge "i bulli" a comportarsi in modo violento?

I “persecutori” vivono talvolta in un clima familiare ostile e violento tanto da sollecitare nei figli lo stesso comportamento. Diviene un modello di condotta, l’unico, a cui aderiscono. Inoltre, l’incoerenza tra azioni e stile educativo genitoriale induce dei comportamenti aggressivi.  Per questo, di fronte alla contraddittorietà i bambini non sono in grado di prevedere le reazioni dei genitori e imparano a guardare le azioni altrui con gli occhi di un paranoide.  Atteggiamenti o parole innocenti vengono scambiate per offese rivolte alla loro persona e quindi meritevoli di una punizione.. Per questo la loro ostilità è rivolta verso l’esterno e spesso prendono di mira uno specifico compagno sul quale riversano i loro attacchi. Il bullo tende ad essere al centro dell’attenzione, è manipolatore e capace in maniera cinica di utilizzare le proprie capacità in modo macchiavellico e strumentale (Menesini, 2000).

Come intervenire?

I ragazzini vittime di bullismo e cyber bullismo non sono in grado di rispondere all’aggressività dei loro compagni. Spesso il bullo coinvolge un gruppo per cui il soggetto che subisce si ritrova circondato da una folto numero di persone verso i quali è difficile reagire. Ciò che possono fare è sicuramente parlarne con gli adulti anche se questa situazione li fa sentire parecchio a disagio e insicuri. Comunicarlo quindi ai genitori, agli insegnanti o educatori, al direttore della scuola. Se loro non sono in grado di tutelare e comprendere la gravità della situazione è bene rivolgersi alle autorità: polizia, carabinieri o al telefono azzurro.

Qualora i genitori dovessero notare dei comportamenti strani nel proprio figlio, per esempio di chiusura, rifiuto ad andare a scuola o calo nel rendimento scolastico o se evita di collegarsi ad internet, lividi sul corpo, vestiti o quaderni sgualciti o strappati, richieste di danaro inconsuete è consigliato approfondire la questione interrogando il bambino e rivolgendosi alla scuola o alle autorità per verificare se sia sottoposto a vessazioni da parte dei compagni. È bene anche spiegare al proprio figlio che non ha responsabilità di quanto accade e che il comportamento dei suoi coetanei non è corretto, ma anche, e soprattutto, non specificamente rivolto alla sua persona quanto a qualcuno preso di mira. Il bambino in queste circostanze ha necessità di essere rassicurato e tutelato e la sua collaborazione permetterebbe di intervenire in tempo nei confronti di situazioni che sfiorano o tangono l’illegalità.

La scuola ha l’obbligo di intervenire in contesti di violenza, convocando i genitori, ascoltando le “vittime” e i “persecutori”, attivando dei progetti di educazione rivolti agli alunni, insegnanti e genitori soprattutto negli istituti dove tali problematiche sono più evidenti e persistenti. L’azione di prevenzione è un diritto dell’alunno e un dovere dell’istituzione scolastica a tutela della vita di ogni singolo individuo e della comunità. È rilevante, infatti, il ruolo educativo degli insegnanti non solo nel contesto culturale ma anche nella vita quotidiana e sociale.

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