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I bambini hanno bisogno di psicofarmaci o di amore?

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L’uso degli psicofarmaci nei bambini è divenuto sempre più diffuso per gestire alcuni comportamenti problematici, ma è la cosa giusta da fare? Ecco il parere della Psicologa

Psicofarmaci ai bambini

L’uso degli psicofarmaci è divenuto sempre più determinante nelle scelte dei medici e dei genitori per cercare di gestire alcuni dei comportamenti problematici e soprattutto nella cura delle patologie più rimarchevoli.

Ma i bambini ne hanno realmente bisogno oppure è sufficiente l’amore per guarire le loro sofferenze?

In realtà la diatriba è ancora aperta e la necessità di contenere alcune patologie è evidente su molti fronti: disturbi legati all’ipercinesia o il disturbo oppositivo/provocatorio o in alcune forme di autismo o psicosi richiedono, a rigor di logica medica, la somministrazione di antalgici che possano regolarizzare la loro tendenza all’azione, all’aggressività (soprattutto auto ed etero diretta) e in gravi disturbi psichiatrici.

Psicofarmaci ai bambini: no agli abusi

Ci si domanda però quale funzione potrebbe avere l’amore nella cura di alcune patologie infantili?

Colpisce il caso riportato in un testo noto alla letteratura psicoanalitica di Bruno Bettelheim “La fortezza vuota”. Ampiamente criticato, l’autore ha sempre sostenuto che l’autismo infantile fosse legato prevalentemente all’inidoneità o all’assenza di cure nei confronti dei piccoli durante i primi mesi di vita: Laurie una bambina di 7 anni cachettica, anoressica, mutacica, stitica recupera pian piano parti di sé riuscendo ad auto affermarsi nel suo ambiente attraverso un’evoluzione “tendenzialmente più normale” rispetto alla condizione nelle quale si trovava al momento del suo ingresso in istituto nel quale è ricoverata. Inizia a diminuire la sua costipazione presente inizialmente in maniera persistente (defecava ogni 9 giorni) per poi ridursi sempre più riuscendo a distanza di qualche mese ad espellere le feci ogni giorno. In circa un anno di ricovero, assieme all’infermiera e alla sua istitutrice, alla quale si affeziona grazie alla sua devozione, al suo amore e alla sua pazienza (come una vera e propria madre), riesce a cibarsi da sola e a regolarizzare tutte le funzioni corporee.

Ma la storia di Laurie comincia molto tempo prima. La mamma è una donna con problematiche affettive, che la portano ad abbandonare la famiglia d’origine in età adolescenziale per sfuggire ad un padre autoritario e punitivo, sposando un uomo molto più grande di lei dal quale poi divorzia e incontrando successivamente il secondo marito dal quale ha due figlie.

La donna affida sin da subito (già dalla sesta settimana) la piccola Laurie ad una bambinaia per tornare al lavoro. La bimba cresce giocosa e solare fino a quando un giorno, all’età di due anni e mezzo, la baby sitter se ne va bruscamente e la sua figura viene sostituita da un’altra verso la quale però non vi è nessun interesse. Incomincia così a regredire nell’eloquio proprio nel periodo in cui cominciava a pronunciare le prime parole. Gli unici suoni che emette, quindi, sono semplici chiocciolii, simili ai versi degli animali.

Un giorno, in compagnia della mamma, viene esortata a stare zitta ma lei, come tutti i bambini della sua età e probabilmente divertita, continua. La donna, infastidita, la colpisce con uno schiaffo in pieno viso. Da quel momento in poi Laurie smette di parlare. Il suo ritiro autistico divenne sempre più evidente soprattutto quando, compiuti 6 anni, nasce la sorellina. Smette di muoversi, il suo sguardo si perde nel vuoto, si ciba mal volentieri e raramente. Le sue condizioni peggiorano e pertanto i suoi genitori si decidono a ricoverarla.

Lunghi mesi di dedizione all’interno della scuola Ortogenica portano Laurie a recuperare un po’ del suo peso, a mangiare quasi normalmente e a giocare costruendo delle torri con dei cubi. Mostra pian piano segni di indipendenza manifestando la sua presenza sul territorio circostante anche con gesti impulsivi ma che pian piano la avvicinano nuovamente al linguaggio. Ma tutto ciò fallisce miseramente poiché i genitori decidono di ritirarla dal centro facendo cadere definitivamente la piccola in una condizione di debilità ritirandosi risolutivamente nel suo mondo interiore. È un esempio tragico ma calzante di quanto l’amore, l’affetto e la dedizione aiutino quasi ineccepibilmente a guarire (anche parzialmente) qualsiasi tipo di problematica legata allo sviluppo.

L’aspetto affettivo - emozionale e il contatto corporeo risultano di gran lunga più importanti rispetto a quello nutritivo. Il bambino attraverso le cure materne o del caregiver, ossia "colui che si prende cura" sviluppa le sue competenze di socializzazione, di relazione, di linguaggio e di attaccamento. Quando queste vengono a mancare sin da subito, l’unico riferimento plausibile, soprattutto nei casi più gravi, diventa lui stesso o, nel tentativo di rispondere alle richieste poste dall’esterno il suo comportamento disfunzionale esprime semplicemente un tentativo grossolano e poco strutturato di far fronte alla sua crescita.

B. Bettelheim, 1967, The Empty Fortress, The Macmillian Company, New York.

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