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Ascolto attivo per superare le prime difficoltà con i bambini

L'ascolto attivo e la capacità di imparare a conoscere le emozioni, e ascoltarle senza giudicarle, è una strategia interessante per affrontare le prime difficoltà che incontrano i bambini

a cura di Jessica Cancila, Parlare con i bambini

Alice ha sempre frequentato volentieri il nido. Alcune mattine diceva di non volerci andare, ma poi, arrivata lì,  correva subito a giocare con i compagni. Altre volte i genitori le hanno permesso di staccare e restare a casa. Da qualche settimana però le cose si sono complicate. Ci sono pianti tutte le mattine e musi lunghi al momento dei saluti. Le tate dicono che poi la mattinata passa in fretta, ma che effettivamente Alice sembra più timorosa e meno serena.


Come affrontare l'inserimento al nido. Il video della pedagogista



I nonni la incoraggiano: “Su Alice, ma che fai! Ormai sei grande!” Qualcuno pensa anche che possa aiutarla minimizzare la cosa: “Che frignona!! Non vedi che non piangono nemmeno quelli piccoli?” Il papà la interroga: “Ma che cos'hai?” E anche la mamma ci prova: “Cosa pensi? C'è qualcosa che non va?”

Il fatto è che a due, tre anni, anche se c'è qualcosa che non va, è difficile riuscire a dirlo. Non sono i silenzi dei grandi, sono silenzi diversi, ma ci sono. Esistono strategie per affrontare difficoltà di questo tipo? In realtà, le strategie possono essere tante, ognuna per ogni approccio educativo o stile genitoriale. E possono avere vari scopi: quando si chiede se un metodo funziona, bisognerebbe anche chiedersi 'a che scopo' funziona. Se quello che ci interessa è solo che la bambina non manifesti disagio, possiamo anche convincerla a non mostrarcelo. Questo non vuol dire che lei lo abbia davvero superato, potrebbe solo impegnarsi a non manifestarlo, per non ferirci o per non farsi ferire.

Una strategia più interessante potrebbe essere invece quella che provi a risolvere il problema alla radice: capire davvero cosa crea disagio ad Alice, cosa è cambiato nel suo atteggiamento verso l'asilo. Per prima cosa dunque, in questo caso, cambiamo prospettiva dall'inzio: quello che vogliamo, è capire che cosa disturba Alice e non mettere a tacere i pianti. Chiamarli 'capricci', ad esempio, non ci sarebbe d'aiuto.


Come insegnare ai bambini a costruire un dialogo



Possiamo poi provare a parlarne con la bambina: in un contesto tranquillo, come potrebbe essere il pomeriggio, mentre siamo insieme a condividere qualcosa di significativo. Non pensiamo ad una seduta psicoanalitica di famiglia, o ad un interrogatorio, ma manifestiamo un interesse sincero in un clima di serenità e fiducia reciproca. A questo punto, apriamo tutti i nostri canali di ascolto. Le orecchie servono, ma ingannano anche. Soprattutto con i più piccoli, che le parole ancora non le sanno utilizzare bene. Ma anche con i più grandi, che potrebbero saper usare troppo bene le parole per non dirci la verità.

L'ascolto attivo
richiede di non dire, di non suggerire, ma di limitarci ad assecondare chi ci parla, restando lì, insieme, nei sentimenti che ci manifesta:
–    Sei così trise la mattina quando andiamo a scuola...
–    Sì, sono triste.
Lo so, adesso la tentazione è quella di spostare avanti le pedine, provare a suggerire qual è il sentimento giusto: “Ma non devi!!” oppure fare domande, domandone impossibili per una bambina piccola: “Ma perché?” Ci viene naturale anche aiutare a rispondere: “Forse c'è qualcuno che...”

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Anche se è più forte di noi, proviamo a restare lì, con la nostra Alice e il suo faccino triste:
–    Sei davvero triste, lo vedo bene, a volte piangi tanto.
–    Piango, piango. Voglio la mamma.
–    E la mamma non c'è.
–    No, la mamma è a lavoro.

Resistiamo ancora alla tentazione... ci viene spontaneo rassicurala, farla ragionare: “Sono solo poche ore, poi oggi starete tanto insieme.” Resistiamo ancora, ascoltiamo Alice.

–    La mamma la mattina lavora, vero? E tu sei all'asilo.
–    Sì. E poi la mamma si sente male e io non ci sono.


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Alice l'ha detto. Chi poteva pensarlo. I genitori avevano ipotizzato che Alice avesse vissuto qualcosa di spiacevole al nido, invece lei si preoccupava per la mamma. Doveva aver sentito dire che la mamma si era sentita male, un giorno, ed era rientarta dal lavoro e poi era stata male qualche giorno e questo non era affatto piaciuto ad Alice che nella sua testa si era fatta un sacco di idee e immagini insospettabili a proposito di quel stare male della mamma. Noi adulti ci preoccupiamo molto di aiutare i bambini 'a gestire le emozioni', metafora abusata che non mi piace per niente, come se le emozioni fossero un conto in banca. Sarebbe molto più importante imparare, con i bambini, a conoscere le emozioni, ascoltarle per quello che sono e non preoccuparci subito di 'gestirle'. Con l'ascolto, possiamo imparare a guardarle in faccia, conoscerle meglio. Avremo a quel punto una risposta più profonda e sincera da offrire ai bambini. Una risposta al loro vero problema e al sintomo che lo manifesta.

Ci capiterà di sfuggire, tentare risposte, abbozzare soluzioni. Non sarà facile mettere a tacere l'abitudine a dare risposte rapide e 'gestionali': basterà riprovarci, i bambini non mancheranno di darcene occasione.


Link di approfondimento

L'ascolto attivo: che cos'è, come metterlo in pratica e insegnarlo ai bambini

Creatività, gioco, narrazione: il valore profondo delle prime esperienze della soggettività


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