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Parto anonimo: c'è questa possibilità

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Nonostante ci sia una legge che prevede per la donna che non vuol tenere il bambino la possibilità di partorire in ospedale in completo anonimato, ogni anno sono circa 200 i neonati abbandonati alla nascita

Parto anonimo

Secondo un'indagine effettuata dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN) in collaborazione con "ninna ho", progetto a tutela dell’infanzia abbandonata promosso da Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus e dal Network  KPMG in Italia, tra luglio 2013 e giugno 2014 sono stati 56 i neonati non riconosciuti dalle mamme su un totale di circa 80.060 bambini nati. I risultati sono frutto di un’indagine condotta su un campione nazionale di 100 Centri nascita, come leggiamo su La Stampa. Numeri importanti che non tengono conto della realtà sommersa dei bambini partoriti e di piccole nuove vite mai ritrovate o uccise dagli stessi genitori. 

Per chi partorisce a casa

E' così che sono nate le moderne versioni delle antiche 'ruote degli esposti o degli innocenti'. L’hanno chiamata “culla salvabebè”. Il nome è stato scelto per sottolineare l’aspetto positivo del progetto e per cercare di mettere in secondo piano quello più doloroso, ovvero doversi separare da quel piccolo che non si può o non si vuole tenere. Ma che comunque si è scelto di mettere al mondo.

Questa culla salvabebè, che altro non è se non una culla termica come quelle presenti nei reparti di Neonatologia, è accessibile dall’esterno dell’edificio di vari ospedali. Dotata di uno sportello che si apre a ribaltina, accoglie il neonato in un ambiente provvisto dell’adeguata temperatura e composizione di aria. Lo farà fin quando non arriveranno i volontari e i medici della Croce Verde che a quel minuscolo lettino sono collegati. La chiusura della culla infatti aziona un segnale acustico per i frati e una chiamata per i sanitari.
In Italia le moderne ruote della vita sono diverse. Milano, Brescia, Treviso, Roma. Sono tante le città che si sono organizzate per combattere l’abbandono dei neonati.

Sul sito culleperlavita.it, c'è una mappa delle culle in Italia e viene sottolineato che questi sportelli sono sempre aperti. C'è un pulsante. Basta premerlo, aspettare l'apertura e lasciare il neonato. Da quel momento il neonato sarà messo in sicurezza e il personale che sorveglia la culla si prenderà cura di lui utilizzando la procedura adottata per i neonati non riconosciuti. 

Il parto anonimo per chi partorisce in ospedale

Nonostante ci sia una legge – il Dpr 396 del 3 novembre 2000 – che prevede per la donna che non vuol tenere il bambino la possibilità di partorire in ospedale in completo anonimato, ogni anno sono circa 200 i neonati abbandonati alla nascita.

In ospedale, al momento del parto, serve garantire la massima riservatezza, senza giudizi colpevolizzanti ma con interventi adeguati ed efficaci, per assicurare - anche dopo la dimissione - che il parto resti in anonimato - spiegano sul sito del Ministero della Salute. La donna che non riconosce e il neonato sono i due soggetti che la legge deve tutelare, intesi come persone distinte, ognuno con specifici diritti. La legge consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata

A Roma, oltre alle culle, nel 2002 è anche sorto il primo progetto rivolto non solo al parto in anonimato, ma anche all’assistenza alle madri disagiate. Il tutto, anche qui, è iniziato con un numero verde (800.283.110) voluto dall’associazione “I diritti civili nel 2000 – Operazione Vivere Onlus”. Poi le richieste d’aiuto sono andate oltre. Spesso infatti capitava che al numero arrivassero telefonate di donne in cerca di una soluzione per mantenere quei bimbi che altrimenti avrebbero dovuto, nel migliore dei casi, lasciare in adozione. E così è accaduto che il Salvabebè partorisse il Salvamamme, una rete di assistenza composta da chi poteva offrire consulenza psicologica e ginecologica, ostetrica e pediatrica, e da chi invece poteva fare qualcosa di molto pratico. Ad esempio recuperare quelle cose che, una volta i bimbi cresciuti, non servono più: seggiolini e passeggini, lettini e tutine. E raccogliere quel che la gente dona, perché avanza o perché vuol fare un gesto di umanità: pannolini e latte in polvere, creme e pappe.

La vera emergenza registrata spesso è la malnutrizione dei neonati, dovuta all’eccessivo costo del latte in polvere. Al Salvabebè arrivano tanti piccoli nutriti con acqua di riso, camomilla, succhi di frutta o patate passate. Sono circa 1.500 i bambini di due-tre mesi, figli di mamme senza reddito, che non ricevono un’alimentazione adeguata. In tutta Italia si stima che i neonati malnutriti siano 25mila. Rimane molto da fare ma grazie a queste iniziative, nel 2007 sono stati dati alla luce 42 neonati con il parto in anonimato solo a Roma; 51 quelli nati e non riconosciuti nelle neonatologie milanesi. Numeri che potrebbero crescere, se solo le donne fossero più informate e lo Stato investisse di più sulla conoscenza delle leggi che ha emanato

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