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Tutti a tavola senza dimenticare regole e affetto

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L' Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus ci parla di come i pasti rappresentano un luogo di incontro e di scambio conviviale per i bambini

Cibo come momento di convivialità per i bambini

I bambini, a partire dall’osservazione del loro contesto familiare, strutturano il rapporto con il cibo e con l’atto alimentare: il comportamento alimentare, infatti, è un appreso, strettamente influenzato dal significato che assume nelle mamme e nei papà. L’esempio dell’adulto di riferimento a casa, ma anche a scuola delle maestre, influenza il particolare rapporto che ciascun bambino svilupperà gradatamente con l’alimentazione.

L’atto nutritivo è un “affare” del soggetto e dell’altro ed implica quindi, fin dalle prime esperienze, l’offerta di cibo come invito “alla tavola dell’altro”. I pasti sono momenti speciali nella routine della vita di ciascuna famiglia che, più di altri, coniugano affettività e disciplina. Partecipare alla tavola implica sempre anche il confronto con regole, norme, tradizioni e costumi ma rappresenta, al contempo, un atto d’amore ed entusiasmo: non è certo facile articolare con la disciplina tale scambio affettivo e di soddisfazione di un bisogno (la fame)!

Comportamenti compulsivi dei bambini e disturbi alimentari

Tutti questi elementi hanno a che fare con il “convivio”: ma cos’è la convivialità? Si potrebbe definire come il piacere che deriva dallo stare con gli altri. Il pasto conviviale è, infatti, quello in cui ci si confronta assaporando gusti e alimenti che hanno una storia e un significato simbolico legato alle tradizioni locali e rituali della società di appartenenza che si tramandano. Un importante ingrediente del pasto conviviale sono quindi le regole della tavola. Per stare al tavolo della famiglia, così come a quello della mensa scolastica, è necessario che si seguano alcune norme:

  • aspettare i commensali
  • rispettare la successione delle portate
  • stare composti
  • riconoscere che quello è il momento in cui si mangia e non si gioca
  • imparare a utilizzare posate e tovagliolo e così via.

Si tratta di questioni che, piano piano, si intrecciano con il piacere di trovarsi ed essere tutti riuniti attorno al tavolo. Per i bambini, questa nuova dimensione organizzata e regolamentata del pasto, implica sottomettersi ad una “Legge” per ottenere in cambio la certezza del proprio posto a tavola. 

Il valore della disciplina a tavola riguarda, infatti, la possibilità che ognuno abbia il suo posto preciso come soggetto di parola, come individuo che può parlare. Per questo, ad esempio, i genitori insegnano ai propri figli che con la bocca piena a tavola non si parla “o si mangia o si parla”: non solo perché poco educato ma anche e soprattutto perché impossibile farsi capire! D’altro canto, “Dai, mangia!”, è una delle frasi che di frequente risuona durante i momenti del pasto in famiglia, nei discorsi tra genitori e figli. In merito a questo, può accadere che gli adulti utilizzino, a volte anche inconsapevolmente, il cibo all’interno di dinamiche ricattatorie, come per esempio, “se non finisci tutti i broccoli, niente gelato!” oppure “mangia tutta la bistecca così poi andiamo al parco!”. Oppure che usino il cibo all’interno di discorsi affettivi: “fai contenta la mamma, mangia, altrimenti divento triste”, oppure “sei un bambino cattivo perché non mangi”. Oppure, ancora, può accadere che il cibo venga proposto come fattore di comparazione rispetto alla maggiore adeguatezza di altri bambini: “guarda che bravo tuo fratello, lui sì che mangia senza problemi e non fa arrabbiare il papà”.

Discorsi come questi non causano certamente un disturbo alimentare tuttavia, rischiano di snaturare lo statuto del cibo e dell’atto alimentare e di innescare logiche di potere, oltre che una grande confusione nei bambini. Questo tipo di dinamiche rischiano, infatti, di proporre “teatri” ed utilizzi che poi sarà possibile che il bambino stesso usi per imitazione per ottenere qualcosa. In linea generale, pur nella necessità educativa di mettere ordine nella quotidianità dei bambini, è preferibile che i genitori adottino con i figli un atteggiamento rispettoso di ciò che il corpo del bambino costituisce fin dall'origine: un luogo di incontro d'amore e di una relazione. Stare a tavola permette ai bambini, inoltre, l’incontro con la grande diversità e varietà dei cibi, con la scansione ordinata in primo, secondo e frutta oltre che con la tripartizione quotidiana dei pasti. Tutte queste nuove conquiste sono accompagnate dalla necessità dei bambini di rivendicare la possibilità di scegliere cosa avere nel piatto.

Fin da piccoli, infatti, i bambini possono esprimere i propri gusti personali rispetto ai diversi cibi, gusti che vanno rispettati ma anche orientati, per promuovere nuove occasioni di conoscenza nell’ambito alimentare. In questo senso, cucinare insieme ai bambini può rappresentare un momento che permette di soddisfare le esigenze affettive, le regole della cucina e della tavola, oltre che l’appetito! Il bambino può iniziare, così, a prendere confidenza con i cibi entrando in contatto con la loro consistenza, sentendosi grande e importante perché “fa come la mamma e il papà”. La disponibilità del bambino nei confronti del nuovo, così come la sua curiosità per le nuove esperienze non è, infatti, scontata: è l’esito di un processo in cui il piccolo deve fare i conti con la fatica di separarsi, di prendere le distanze da ciò che già conosce per affidarsi a qualcosa di nuovo.

I piccoli, così come i grandi, per potersi af-fidare, infatti, devono prima potersi fidare: ecco dunque l’importanza che sia il contesto familiare sia quello scolastico, dai nidi alle mense delle scuole primarie e secondarie, incentivino un’offerta alimentare variegata, affinché ciò possa spingere il bambino ad ampliare la propria esperienza a tavola e, nello stesso tempo, contribuire a favorire un rapporto equilibrato e sano con l’alimentazione. L’efficacia dell’“operazione addizionale” che la prevenzione può operare in molti campi, in particolar modo in ambito scolastico, è quella di un avvicinamento alla cornice culturale che da sempre accompagna il tema dell’alimentazione. In quest’ottica, la mensa scolastica rappresenta il teatro di una nuova possibile convivialità e la scuola può essere l’agente della trasmissione e valorizzazione di una cultura che implichi sia il significato simbolico dello stare a tavola, sia la cornice culturale delle tradizioni alimentari, sia, anche, l’importante bagaglio esperienziale dell’incontro del cibo attraverso i cinque sensi.

Mentre mangiano nella mensa, le figure educative portano avanti anche il compito didattico connesso al loro ruolo: anche il pranzo, infatti, rappresenta un aspetto del lavoro dell’insegnante. Per questo, e in quanto punti di riferimento importanti per il bambino durante la crescita, le maestre devono “educare” anche a un comportamento corretto e sereno nei confronti dell’alimentazione e della tavola, tramite il loro esempio. La maestra difatti, ha un duplice statuto: insegna nel momento stesso in cui consuma al tavolo con i bambini. È chiaro che, per ragioni che vanno al di là dell’oggettiva bontà del cibo, i piatti preparati a casa non saranno mai come quelli proposti al bambino in mensa: per fortuna però, nel tavolo della mensa scolastica oltre al cibo, c’è in gioco altro! Il gusto di assaporare pietanze differenti da quelle della tradizione familiare ed il piacere di condividere e ricevere il cibo insieme ad altri bambini promuovono l’introduzione di nuovi elementi che vanno ad affiancare l’esperienza relativa ai pasti tra le mura domestiche. Il momento del pasto a scuola diventa qualcosa di nuovo, un momento di condivisione conviviale insieme ai compagni e alle insegnanti! Un luogo ed un momento in cui, nuovamente, regole ed affetto si intrecciano.

Per approfondimenti rimandiamo al libro “Mangio o non mangio? I disordini alimentari e i bambini. Di P. Pace e A. Mastroleo, Mondadori Electa 2015

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