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Il test INVALSI: tre dubbi sui quiz che provano a valutare la scuola

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Il dibattito su questo test è molto acceso e, per costruire un discorso utile a chi ci legge, proviamo a riassumerlo rispondendo a tre domande

Prove invalsi

In una classe di terza media, Ginevra segue con il dito sul suo iPad la correzione del test Invalsi: cancella gli errori e li corregge svogliatamente, seguendo le indicazioni della prof di Italiano. Sul monitor non resta nessun segno delle correzioni e non è previsto spazio per gli appunti: la scuola digitale non tiene traccia, non ha interesse per la memoria. Gli alunni segnano la risposta corretta, che per loro è sempre quella che dice la prof, e vanno avanti.

Anche Alessio fa lo stesso, senza sapere che i suoi esami non verrano conteggiati, perché lui ha una leggera disabilità intellettiva e la legge prevede che i suoi test non facciano media. I test con cui Ginevra e Alessio si stanno esercitando sono i test Invalsi, prove a quiz di matematica e di italiano che, nelle intenzioni di chi li sostiene, dovrebbero permettere la valutazione omogenea di alunni e scuole diverse sparse sul territorio nazionale, misurando le competenze prescritte dalle Indicazioni nazionali per il curricolo, il testo ufficiale che sostituisce (o dovrebbe) i vecchi 'programmi'.

Pagelle scolastiche: i giudizi che aiutano a crescere

Lo scopo dichiarato degli Invalsi è quello di “migliorare l’efficacia della scuola per le fasce più deboli della popolazione scolastica e far emergere le esperienze di eccellenza presenti nel Paese”. Il dibattito su questi test è molto acceso e, per costruire un discorso utile a chi ci legge, proviamo a riassumerlo rispondendo a tre domande.

E' possibile valutare la qualità dell'insegnamento con questi test?

Nella scuola, tutti i giorni, si prova a insegnare a scrivere temi e a risolvere problemi: ed è proprio questa, secondo molti, la via migliore per capire se l'insegnamento funziona o no. Luciano Canfora, ad esempio, grande filologo classico, sostiene che:

Per vedere la maturità di una persona è necessario che componga un testo di senso compiuto, non che faccia queste prove irrilevanti.

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Se i quiz non riescono a valutare il vero apprendimento, i risultati che ci forniscono sono comunque utili e valgono quel che costano?

Su questo punto, come riferisce il rapporto del 2009 di Eurydice, la rete di informazione sull’istruzione in Europasono ancora da accertare sia “l’impatto dei test nazionali sulla performance degli alunni e degli istituti e sulla qualità complessiva dell'apprendimento”, sia “l'efficacia dei test in termini di costi”. Ma è d'altra parte facile intuire che, se la scuola deve garantire la piena formazione, come chiede la nostra Costituzione, e utilizzare la valutazione per individuare le strategie migliori che consentano all’alunno di apprendere e di formarsi, difficilmente queste risposte complesse potranno arrivare da un quiz e difficilmente sarà giustificabile, in tutta questa incertezza teorica, la spesa attuale, valutata in 14 milioni di euro. C'è un'ultima domanda che possiamo farci, insieme ad Alessio.

La scuola capovolta: "Flipped School"

Se lo scopo dei test è valutare e sostenere gli alunni e le scuole con maggiori difficoltà, come sarà possibile arrivare a questo risultato se si esclude dall'indagine chi ha le maggiori difficoltà?

E come si riconoscono le eccellenze, se non si valutano i risultati ottenuti con chi ha le difficoltà più grandi? In un perido di tagli alla scuola (pubblica), si potrebbero scegliere modalità più efficaci (ed economiche) non solo di valutare la scuola, ma soprattutto di migliorarla, investendo nelle uniche risorse davvero indispensabili ad una buona scuola: allievi e insegnanti disposti a crescere e imparare insieme.

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