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Disturbi dell'alimentazione nei bambini: parla l'esperta

Anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare colpiscono persone sempre più giovani. La parola all'esperta

I dati più recenti mostrano che anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare colpiscono persone sempre più giovani, a volte anche undicenni.
Ne abbiam parlato con la Dott.ssa Pamela Pace, Presidente dell’Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus,  psicoanalista, psicoterapeuta, psicologa.


1)    Come associazione vi capita di affrontare molti casi di bambini con disturbi come anoressia e iperfagia?

Spesso accade che, a partire da un periodo di inappetenza o dall’espressione di una voracità del figlio, siano proprie le risposte ansiose, o rigide, oppure punitive a costituire un circuito vizioso che si alimenta, creando un vero e proprio braccio di ferro tra il bambino, il cibo e i genitori. In questi casi è sufficiente a volte incontrare papà e mamma per aiutarli a comprendere tali dinamiche collusive e dunque a “dipanare” la matassa, il “braccio di ferro”. A volte ad esempio vige in famiglia una rigida osservanza rispetto a particolari scelte alimentari ( vegana, vegetariana…) che fa poco i conti con i gusti alimentari che anche molto presto un bambino può esprimere, soprattutto se frequenta già la mensa scolastica e vede cosa mangiano i compagni. Altre volte ciò che c’è in gioco in un disordine alimentare è solo la grande fatica che i piccoli provano nello stare tante ore soli, senza mamma e papà. Allora può accadere che anche il bambino più docile possa manifestare una resistenza, una protesta, un comportamento oppositivo per chiedere che qualcosa possa cambiare.

L'anoressia potrebbe avere origine già durante la gestazione

Chiaramente i quadri cambiano a seconda dei diversi momenti evolutivi: la pubertà segna ad esempio un tempo della crescita nel quale, la comparsa delle trasformazione fisiche e delle nuove esigenze pulsionali, introduce il delicato rapporto tra il soggetto e la sua immagine corporea.
Fin dalla fondazione, avvenuta a Milano nel 2006, l'Associazione conduce un lavoro di raccolta dei dati statistici rispetto alle chiamate afferenti al Numero Verde (800,644,622) con una conseguente analisi della domanda telefonica. Abbiamo notato come, in questi anni, la percentuale più significativa delle chiamate ricevute riguarda una preoccupazione genitoriale rispetto ad un periodo di disagio e di difficoltà del bambino ad accostarsi al momento del pasto serenamente.
Non solo l'età di insorgenza si è molto abbassata (soprattutto nella fascia 0-3 anni) ma la distribuzione del disturbo rispetto al genere si è invertita: quello che riscontriamo è l'aumento dei disagi alimentari tra i maschietti invece che tra le femmine. Dato che subisce invece un ribaltamento nella fascia di età prepuberale.


Bambini che mangiano meno col caldo: cosa fare


2) Quali possono essere i segnali di un disturbo che dovrebbero allarmare i genitori?
L’atto nutritivo può diventare facilmente “teatro” di una protesta, di un comportamento oppositivo, cioè di una forma di comunicazione nella quale il vero messaggio è alienato e nascosto nel rapporto disturbato del piccolo con il cibo. Al posto del pianto e/o delle parole il bambino sostituisce gradatamente il rifiuto o la voracità per esprimere le sue emozioni, un suo malessere, una sua paura. Un bambino anche molto piccolo può rifiutare il cibo per fare capire al papà e alla mamma che, ad esempio, sta facendo molto fatica a superare certe difficoltà, ad affrontare i compiti evolutivi, a fidarsi dell’altro. Ciò significa che l’utilizzo alterato dell’atto nutritivo così come le bizzarrie alimentari, possono essere trasversali alla normalità e alla patologia: dunque anche in un bambino che presenta una crescita adeguata, può, in alcuni particolari momenti della crescita, presentare un disordine alimentare. Tuttavia un genitore attento sa comprendere se un determinato comportamento del figlio è un dato allarmante oppure se si tratta dell’espressione di una particolare fatica del piccolo in un certo momento della crescita. In genere è il pediatra il primo interlocutore della preoccupazione genitoriale rispetto all’alimentazione del figlio. In generale si può affermare che il perdurare nel tempo di un drastico e rigido rifiuto o diffidenza verso il cibo o viceversa l’insistente richiesta di cibo, possono essere campanelli d’allarme rispetto ad un disagio psicologico del bambino, che appunto si esprime attraverso l’alimentazione

Se il bambino rifiuta il cibo



3)Che tipo di misure preventive si possono seguire per evitare che i nostri figli possano soffrire di anoressia o obesità?
Quando si tratta di misure preventive non si può generalizzare, perché ogni bambino è un soggetto a sé e così la sua famiglia; è possibile fornire dei criteri generali che non devono mai prescindere dalla particolarità di ogni bambino e di ogni contesto familiare. Ad esempio conoscere che l’insistenza genera sempre una resistenza, può aiutare un genitore a desistere rispetto alla spinta ad inseguire il proprio figlio con il cucchiaio pieno di cibo: oppure evitare di utilizzare il cibo con fini ricattatori e/o intimidatori: “ se non finisci la bistecca, non ti porto sulle giostre”. Cosa può accadere in questi casi?! Il bambino si rende conto del potere che tali usi impropri del cibo hanno su di lui e, più tardi, imiterà, cioè sarà lui a chiudere od aprire la bocca rispondendo più ad una logica ricattatoria che alla fame. Più l’ambiente è in grado di slegare l’atto nutritivo da dinamiche relazionali e affettive di questo tipo, meno si corre il rischio di un suo snaturamento. Inoltre sappiamo che il comportamento alimentare è un appreso: il bambino impara a mangiare seguendo l’esempio degli adulti di riferimento. Dunque buon esempio e regole precise che diano però spazio ai gusti di ciascuno, possono essere già sufficienti misure preventive.

associazione-pollicino


4)Quale potrebbe essere il ruolo della scuola nella lotta a questo tipo di disagi?
Anche la scuola può essere un buon interlocutore rispetto alla prevenzione. La funzione “di salvaguardia della salute dei bambini”, che da sempre la scuola svolge, può infatti permettere alle insegnanti di cogliere e segnalare ai genitori eventuali difficoltà del bambino. La mensa scolastica è sicuramente un luogo privilegiato anche rispetto alla promozione di una “cultura alimentare” che possa restituire alla mensa la veste sociale, culturale e piacevole della convivialità. Sappiamo che le insegnanti così come le educatrici di nidi e materne hanno un ruolo fondamentale per la crescita dei bambini, laddove sono i primi punti di riferimento esterni alla famiglia da cui i bambini possono ricevere conferme sul loro valore, sul grado di apprezzamento sociale e sulla loro amabilità. E’ comunque importante che l’offerta del cibo anche nella mensa scolastica non si riduca al mero scodellamento, ma rispecchi la capacità delle maestre di trasmettere al piccolo il loro desiderio di educare, senza adottare metodi educativi punitivi e rigidi, rispettando la sensibilità dei piccoli.

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5) In che modo intervenite come associazione per aiutare i genitori e i bambini con questi problemi?
L’Associazione promuove iniziative di sensibilizzazione, rivolte alla famiglie, alla scuola e in generale ai diversi operatori dell’infanzia, sia in ambito pubblico sia privato, attraverso conferenze e la presentazione dei libri delle varie collane editoriali dell’Associazione. Inoltre esiste un Numero Verde gratuito a cui rispondono psicologhe formate, utile per un primo contatto. Il lavoro clinico prevede un consultorio psicologico e la possibilità di consulenze pediatriche e neuropsichiatriche. Lavoriamo sempre insieme ai genitori, nella convinzione della preziosità e produttività di una collaborazione reciproca. Inoltre il sito dell’Associazione, costantemente aggiornato, può consentire a chi è interessato di essere aggiornato sulle varie iniziative dell’Associazione. 

Per approfondire: Associazione Pollicino onlus

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