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Mamme lavoratrici: la strada per la parità dei diritti è ancora in salita

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Il desiderio di essere mamma a volte viene vissuto come una colpa per le donne che hanno un lavoro che amano. Sono ancora molti i casi di discriminazione da parte delle aziende nei confronti di chi sceglie di diventare madre

Donne lavoratrici in gravidanza

Il desiderio di essere mamma è quasi una colpa per le donne che hanno un lavoro che amano, o di cui hanno bisogno: quante volte anche tra amiche abbiamo sentito discorsi come “Sono incinta, e ora chi lo dice al mio capo?” Una situazione che per certi versi sembra senza uscita. Da un lato le donne e il loro legittimo diritto ad essere madri senza doverne rendere conto a nessuno, tantomeno al proprio datore di lavoro. Dall’altro l’oggettiva difficoltà delle aziende nel gestire la situazione, soprattutto in questi tempi bui: oltre ai costi diretti della dipendente che si assenta, ci sono anche e soprattutto i costi indiretti, come l’assunzione e l’addestramento di un altro lavoratore che possa sostituirla nei suoi compiti; problematiche pesanti da affrontare specialmente per le piccole aziende.

Si crea quindi una sorta di contrapposizione tra le donne che hanno diritto di diventare madri e lavorare, e le aziende che vedono la maternità come una specie di spauracchio da cui mettersi al riparo ad ogni costo. Una situazione profondamente ingiusta da qualsiasi lato vogliamo vederla: un sistema arretrato e figlio di una mentalità maschilista che vede ancora la donna come maggiore responsabile dell’accudimento dei figli. Avete mai sentito un uomo esprimere soggezione nel comunicare al suo capo che sta per diventare padre? Credo proprio di no. E quando il sistema è inadeguato, in qualche modo lascia spazio a comportamenti scorretti, dove entra in gioco, al di là di norme e consuetudini, la sostanza di una persona.

Tutti i diritti della maternità

E’ delle ultime ore la notizia della commessa del negozio di telefonia divenuta oggetto di pesanti azioni di mobbing dopo aver dato alla luce, all’età di 40 anni, due gemelli: una gravidanza voluta e cercata tra mille difficoltà, ma che ha scatenato le ire della datrice di lavoro della donna, ormai convinta che la sua dipendente fosse sterile. Dopo il parto e il rientro dal congedo di maternità, la titolare del negozio ha iniziato a perseguitare la sua dipendente con insulti e minacce. Le ha negato il part-time che la donna aveva chiesto per seguire meglio i bambini e la situazione è culminata un giorno in cui la neo-mamma ha chiamato per avvisare che forse sarebbe stata in ritardo perché stava portando la sua bambina, che stava male, in ospedale: la titolare ha reagito con una sequenza di parolacce e velate minacce, che sono continuate anche quando la dipendente ha richiamato dicendo che sarebbe invece riuscita ad arrivare in tempo.

A quel punto, la commessa si è rivolta al giudice, e in primo grado ha perso e ha dovuto pagare le spese legali della controparte. Ricorsa poi in Corte d’Appello, le è stata riconosciuto un risarcimento di 10mila euro per “discriminazione di genere”. Ma in alcune situazioni la paura delle ritorsioni del datore di lavoro, in termini non solo di licenziamento ma anche di mobbing, è tale che c’è chi arriva a nascondere la propria gravidanza e il parto. E’ accaduto a Messina, dove una donna che lavorava in un’azienda agricola è riuscita ad occultare il suo stato finché il datore di lavoro, scoprendolo, non l’ha licenziata "per giusta causa" (!?). Dopo che la Corte d’Appello di Messina aveva dichiarato la nullità del licenziamento intimato, i titolari sono ricorsi in Cassazione e anche qui è stato rilevato che la lavoratrice non fosse affatto tenuta a comunicare al datore di lavoro il proprio stato di gestante o di neomamma, il che, al di là di qualsiasi altra considerazione, viola palesemente il principio di parità tra uomo e donna sancito sia a livello costituzionale sia europeo.

Maternità e diritti. Le novità del Jobs Act

All’opposto troviamo la curiosa - per usare un eufemismo- notizia dell’azienda cinese che ha lanciato l’idea di una sorta di "lista d’attesa per l’attesa": in pratica le dipendenti sarebbero obbligate a rispettare turni predeterminati per rimanere incinte, pena una multa pecuniaria e l’esclusione da incentivi, premi di fine anno e bonus vari.

Cito dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani, Articolo 25:

La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

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