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Le frasi e i termini peggiori circa la maternità

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I termini e i modi di dire infelici legati alla gravidanza e alla maternità

Termini peggiori legati alla gravidanza

Mentre ero incinta ho avuto un problema di insufficienza venosa, e ricordo ancora con raccapriccio il mio angiologo usare un termine di cui ancora oggi non mi faccio una ragione “sgravare”. “Quando dovrebbe sgravare?” “Per ora porti le calze compressive, poi quando sgrava vedremo.” “Anche mentre sgraverà dovrà indossare le calze.” Ecco, so che è un termine in italiano corretto eccetera, ma non ci potevo fare nulla: mi disturbava da morire. Insomma, le donne partoriscono, le vacche, le scrofe e altri animali poco chic sgravano. O almeno così la vedo io. Ma non è l’unico termine o modo di dire infelice legato alla gravidanza o alla maternità.

  • Il “pancione”

“Guarda che pancione!” la stessa frase, se rivolta per esempio al nostro vicino di casa o a nostra suocera risulta quantomeno fuori luogo, mentre invece in gravidanza dovrebbe farci piacere sentir esprimere questa ovvia constatazione ad alta voce e con tono divertito.

10 cose da non dire mai a una donna incinta
  • Primipara attempata

Sono così identificate le donne over 35 e in attesa del primo figlio. Solo una definizione, peraltro un tantino anacronistica dato che l’età media del primo parto è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, ma il pensiero linka subito ad un'anziana con i baffetti e le scarpe ortopediche. Peccato che stiano parlando di noi.

  • Lo stato “Interessante”

Cioè, se non abbiamo dentro qualcun altro non siamo “interessanti”? Che poi, forse può essere vero per la prima gravidanza. Alla seconda già non interessiamo più nessuno.

  • “L’ha riempita”

Di tutti i modi che ci sono per dire che Tizio ha messo incinta Caia, questo è di gran lunga il più atroce.

Quando ne senti parlare per la prima volta, generalmente al corso preparto, ti viene da correre in bagno a vomitare - come sempre, ma stavolta hai una buona ragione. Ancor peggio se perdi il tappo prima che inizino le contrazioni e ti tocca chiamare il ginecologo e descrivergli minuziosamente colore e densità dell’orrore che hai rinvenuto nelle tue mutande.

  • Spremere il latte

Un’altra espressione che mi ha fatto sentire al 100% mucca Carolina è stata quella usata dalle consulenti per l'allattamento. Non so perché, “tirarsi” il latte lo trovo più decoroso. Ma “spremere” il latte, se l’espressione è accompagnata da un eloquente gesto delle mani come di chi strizza una maglietta bagnata (in effetti dopo, dopo due allattamenti prolungati, la consistenza è quella, ahinoi) non si può sentire.

  • Capezzoli come se non ci fosse un domani

Non che io abbia nulla in contrario alla parola “capezzolo” ma quando allatti quella che prima era considerata una parte del corpo vagamente off limits diventa argomento di conversazione. Ho toccato il fondo quando mio padre (Mio! Padre!) mi ha interpellato in proposito di prima mattina. “Come vanno i capezzoli?” Anche no.

  • Dilatazione

Anche in questo caso non si tratta di un termine gergale, ma lo detesto perché lo trovo… beh, fuorviante. Quando dopo ore l’ostetrica annuncia trionfante che hai raggiunto gli otto centimetri di dilatazione, ti vene da pensare che ormai sia tutto in discesa. E invece.

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