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Mola idatiforme

La mola idatiforme, chiamata anche mola vescicolare, è una neoplasia dei tessuti gestazionali che colpisce in particolar modo i villi, ossia i tessuti di sostegno dell’embrione. L’embrione, quando insorge una patologia del genere, è quasi sempre assente

regnant300La mola idatiforme è una neoplasia dei tessuti gestazionali che colpisce in particolar modo i villi, ossia i tessuti di sostegno dell’embrione.

Il termine “Idatiforme” derive da “hydatid”, che significa “cisti piene d’acqua”. Altri termini utilizzati per descrivere una gravidanza molare sono sono ‘mola vescicolare’ e ‘patologia trofoblastica gestazionale’. Le gravidanze molari sono molto rare, e sono causate da uno sviluppo anomalo della placenta. Una mola idatiforme inizia quando l’ovocita viene fecondato, ma ad un certo punto della gravidanza (di solito nei primi 3 o 4 mesi), parte della placenta (i villi coriali, o trofoblasto) inizia a produrre cisti piene di liquido, o vescicole che si sviluppano rapidamente. Le loro dimensioni variano dalla punta di uno spillo a un piccolo chicco d’uva.
Ci sono due tipi di gravidanze molari:
- ‘mola completa’ si ha quando il bimbo non si sviluppa, e la placenta si impianta e crescono molte piccolo cisti, come dei sacchi ripieni di fluido
- ‘mola parziale’ si ha invece quando il bimbo inizia a svilupparsi, ma non può sopravvivere, e spesso viene assorbito tra le vescicole che continuano a svilupparsi

L’embrione, quando insorge una patologia del genere,  è quasi sempre assente. La mola idatiforme colpisce soprattutto donne molto giovani, con un’età inferiore ai 17 anni, oppure in età fertile avanzata (trentenni e quarantenni) ma è una malattia dalla quale si può guarire. In questo caso non compromette  la fertilità e non aumenta l'incidenza di anomalie congenite. Negli Stati Uniti le ricerche hanno evidenziato che la mola idatiforme colpisce colpisce una donna incinta su 2000 mentre nei paesi asiatici la frequenza di casi è di 1 su 200. Le ragioni per cui si verifica questo sono ancora sconosciute. C’è da dire che più dell’80% delle mole idatiformi è di natura benigna e tende a regredire spontaneamente. Tuttavia nel 15-20% dei casi la patologia può persistere e il 2-3%, in altri termini 1 caso su 25000-45000 gravidanze, è seguito da un coriocarcinoma, un tipo di tumore maligno fortemente invasivo che generalmente dà anche luogo a metastasi.

Se una donna è stata già colpita da questa patologia la possibilità che la stessa si ripresenti in una nuova gravidanza è dell’1%. Uno studio ecografico in questo caso può confermare la presenza di una normale gravidanza intrauterina. La manifestazione della malattia avviene generalmente entro 10-16 settimane dal concepimento, attraverso un rapido aumento delle dimensioni dell’utero che spesso risulta più grande di quanto ci si aspetti per l’epoca gestazionale stimata.

Altri sintomi sono l’assenza dell’embrione, la mancanza di movimenti embrionali se l’embrione è presente, ed episodi gravi di nausea e vomito. Tra le complicanze della malattia ci possono essere la setticemia, l’infezione intrauterina, la tossiemia e nei casi più gravi il coriocarcinoma maligno che si può diffondere velocemente attraverso il sistema venoso e quello linfatico creando delle metastasi.
È possibile fare una diagnosi della malattia attraverso un’ecografia pelvica che però non sempre risulta infallibile. Una conferma della diagnosi è possibile solo attraverso un esame istologico. Nei casi in cui la mola regredisce spontaneamente il medico prescrive in genere alla paziente un contraccetivo orale che va assunto per sei mesi, a meno che non sia controindicato. Se al contrario la mola non regredisce è necessario asportarla attraverso un intervento di isterosuzione che consiste nello svuotamento dell'utero attraverso l'aspirazione strumentale del materiale molare.

In seguito alla donna viene somministrata della ossitocina e si procede con una revisione della cavità dell’utero, attraverso il raschiamento. Nei casi più gravi si può ricorrere all’isterectomia, cioè all’asportazione dell’utero, ma prima di procedere con questo intervento si valutano diversi fattori tra cui l’età della donna e i suoi progetti su eventuali gravidanze future, questo perché con l’asportazione dell’utero la donna rimane sterile. Attraverso l’esame delle beta-HCG è possibile scoprire se la patologia persiste nonostante l’attuazione di queste misure. Se la patologia non regredisce si può essere in presenza di una mola invasiva o di un coriocarcinoma che rende necessario un trattamento chemioterapico.

La prognosi della mola maligna, in assenza di terapia adeguata, è pessima, con mortalità molto elevate. Se si instaura precocemente una terapia aggressiva le probabilità di sopravvivenza sono molto più elevate. La terapia dei coriocarcinoma è uno dei campi nei quali la somministrazione di farmaci antitumorali ha maggior successo; il coriocarcinoma può essere considerato infatti il primo tumore maligno guaribile con il solo trattamento chemioterapico.Il tumore viene classificato come metastatico o non metastatico. Se la malattia non dà luogo a metastasi il trattamento chemioterapico avviene solitamente attraverso un solo farmaco e le probabilità di guarigione raggiungono il 100%. Il coriocarcinoma metastatico invece necessita di un trattamento più aggressivo che si ottiene attraverso l’interazione di diversi farmaci chemioterapici in relazione alla gravità della malattia. Anche in questo caso la prognosi non è necessariamente negativa, infatti se viene instaurata per tempo un’adeguata terapia la percentuale di guarigione per le pazienti considerate ad alto rischio, quelle cioè con maggiori possibilità di sviluppare delle metastasi, è del 60-80%.

Beatrice Spinelli
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