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Maternità negata: Sindrome post aborto volontario

L’aborto non è mai una scelta semplice, cosa può avvenire nella mente delle pazienti dopo l’intervento?

La scelta di abortire non è mai facile, soprattutto perché coinvolge la donna in prima persona. E' lei, non i genitori, il marito o gli amici che porta in grembo un bambino, che percepisce il suo corpo adattarsi in modo sempre più rapido per far fronte alle necessità di un embrione. Le cause che possono spingere una donna a rinunciare al proprio figlio possono essere molteplici: la giovane età, la mancanza di mezzi o di un compagno fisso, oppure, e questi  sono i casi più delicati, la consapevolezza che il piccolo che si porta in grembo è affetto da qualche patologia spesso incompatibile con la vita stessa.
In Italia la legge 194 che regola l’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) esprime in modo chiaro che la scelta di abortire dev’essere l’ultima da prendere in considerazione, il compito dei medici e di tutto il personale sanitario è quello di sostenere la donna, proporle delle alternative all’aborto come l’adozione oppure metterla in contatto con assistenti sociali, Centri aiuto per la vita o varie associazioni ONLUS che operano sul territorio e che aiutano in modo concreto (soldi, lavoro, abiti, pannolini ecc…) quelle madri che non sanno a chi chiedere sostegno ma che non desiderano rinunciare al proprio bambino.
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Se la scelta della madre rimane invariata si procede con l’IVG che deve essere praticata, come ben sappiamo, entro i primi 90 giorni di gestazione, da quel termine in poi, fino allo scoccare della 20-22 settimana, l’aborto è possibile sono il quei casi dove c’è un reale pericolo per la vita della madre o per quella del feto, il famoso aborto terapeutico per l’appunto. Tutte le donne possono richiedere l’Ivg, anche le minorenni, che però necessitano dell’autorizzazione di chi ne esercita la patria potestà o la tutela. Se nel concreto l’aborto ottiene il medesimo risultato, ben diverse sono le motivazioni che spingono una donna, una coppia, a rinunciare al proprio figlio.
Se i media solitamene pongono l’attenzione sulla legge 194, chiedendosi se è corretto o meno che la donna possa, in totale autonomia, procedere all’IVG, pochi si fermano ad analizzare ciò che avviene nella psiche umana dopo che l’aborto viene effettivamente eseguito.
Nonostante l’aborto sia una libera scelta, per la donna rappresenta anche una sorta di lutto, perché è innegabile che l’intervento porti all’eliminazione del piccolo embrione. In alcune donne è pertanto riscontrabile una vera e propria sindrome da lutto post-abortivo, che insorge nei giorni successivi all’intervento e prevalentemente in quei casi in cui la decisione di incorrere nell’IVG è stata frutto di condizionamenti, oppure indotta dalla paura di non farcela, dalle ristrettezze economiche, dalla giovane età, che parevano argomenti validi prima dell’intervento ma che poi vengono sminuiti davanti al dolore che la donna va provando. Oppure può essere diagnosticato un semplice stress post aborto, della durata media di 3 o 6 mesi, durante i quali la donna si interroga circa la scelta da lei intrapresa, può sentirsi più sensibile o vulnerabile.  La SPA, ovvero sindrome post aborto, rappresenta invece lo stadio più grave, può manifestarsi dai 6 mesi ai 2 anni successivi all’ IVG, come conseguente peggioramento della sindrome post-abortiva, o scatenarsi in seguito ad un evento particolare: una nuova maternità, una sterilità secondaria, un aborto spontaneo e via discorrendo.

I sintomi possono rimanere latenti per anni per poi uscire allo scoperto in un momento particolare della propria vita. Esistono dei campanelli d’allarme che la donna può tenere sotto controllo: disturbi del sonno, problemi sessuali, stati d’ansia immotivati che secondo il l'Elliot Institute for Social Sciences Research colpiscono circa il 60% delle donne che si sono sottoposte ad IVG, oppure carenza di autostima, sintomi da stress post-traumatico, depressione. Tutti questi sintomi non possono passare in secondo piano ed una donna ha il diritto di essere sostenuta e aiutata a fronteggiare qualsiasi disturbo possa incontrare dopo aver praticato un aborto.

La SPA è una malattia e come tale va affrontata, la donna che ha eseguito una IVG ha la necessità di riprendersi e di parlare di quello che ha affrontato, le motivazioni che l’hanno spinta a tale gesto e soprattutto, esternare la rabbia o la frustrazione che potrebbe provare. Può essere utile nei casi più gravi iniziare una terapia psicologica che permetterà alla paziente di rivivere e rivedere le sue decisioni riportandole sul piano razionale cercando di combattere i sensi di colpa che, vuoi per l’educazione ricevuta, vuoi per i condizionamenti esterni, possono essere sopraggiunti.

Chiara Zambelli
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