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Aborto terapeutico: un libro squarcia il velo sul dolore

Nessuno sa di noi racconta il dolore di una coppia costretta a fare i conti con l'aborto terapeutico

Nessuno sa di noi

In Italia è possibile praticare un'interruzione volontaria di gravidanza entro la dodicesima settimana di gestazione. Entro questi limiti l'interruzione avviene tramite un breve intervento chirurgico oppure con la nuova pillola abortiva RU486 (LEGGI).

Ma se si supera questo termine non è più possibile interrompere la gravidanza, a meno che non sussistano gravi patologie a carico del feto o rischi per la vita della madre. In tal caso si parla di "aborto terapeutico"


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Scegliere di rinunciare a portare avanti la gravidanza in questi casi è per la donna e la coppia un momento estremamente difficile e doloroso. Il sogno di quel bambino idealizzato nei propri sogni si infrange contro la realtà dei fatti: il feto è malformato (LEGGI), probabilmente avrà serissimi problemi per tutta la vita, non sopravviverà a lungo.

Aldilà delle opinioni personali e delle questioni di natura etica e religiosa (LEGGI), ciò che conta è soprattutto il dolore dei genitori e la situazione italiana.

Spesso la donna si scontra con le difficoltà burocratiche causate dalla difficoltà di reperire medici e anestesisti che non siano obiettori di coscienza (LEGGI), sente il peso del giudizio morale che si somma al dolore per la decisione presa: probabilmente essendo arrivata a questo punto della gravidanza non aveva alcuna intenzione di rinunciare al suo bambino, ma può comunque sentirsi giudicata o incompresa.


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E le condizioni nelle quali la donna deve sottoporsi all'aborto terapeutico sono davvero difficili: bisogna  praticamente partorire il feto in anticipo. Il feto viene espulso con delle contrazioni vere e proprie che vengono indotte dai farmaci e  ha scarsissime probabilità di sopravvivere dopo l'espulsione. Tuttavia i medici sono tenuti a rianimare il feto se dovesse venire alla luce vivo.

Un dolore nel dolore. Una sofferenza per la mamma, costretta a vivere un parto che non regala la vita, e per il feto.
E infatti,  in altri Paesi viene prima praticata un'iniezione che fa sì che il battito cardiaco de feto si spenga lentamente e solo il giorno successivo si procede con l'espulsione.

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A squarciare il velo sulla terribile situazione che sono costrette a vivere le donne e le coppie che praticano l'aborto terapeutico è il libro di Simona Sparaco "Nessuno sa di noi".
E' la storia di una coppia di aspiranti genitori che un giorno vede trasformarsi in un incubo il loro sogno più grande.

"Quando Luce e Pietro si recano in ambulatorio per fare una delle ultime ecografie prima del parto, sono al settimo cielo. Pietro indossa persino il maglione portafortuna, quello tutto sfilacciato a scacchi verde e blu delle grandi occasioni. Finalmente, dopo anni di inutili tentativi, di “sesso a comando” e di calcoli esasperanti con calendario alla mano, conosceranno il loro bambino. Non appena sul monitor appare il piccolo Lorenzo, però, il sorriso della ginecologa si spegne di colpo. Lorenzo è “troppo corto”. Ha qualcosa che non va.
Comincia così il viaggio di una coppia nella nebbia di una realtà sconosciuta. Luce e Pietro sono chiamati a prendere una decisione irrevocabile, che cambierà per sempre la loro vita e quella di chi gli sta intorno. Qual è la cosa giusta quando tutte le strade li conducono a un vicolo cieco? E l’amore fino a che punto potrà salvarli?
"Nessuno sa di noi" è la storia della nostra fragilità. Di un mondo che si lacera come carta velina e di un grande amore che tenta in ogni modo di ricomporlo. Un’esperienza di dolore e rinascita raccontata da una voce così potente e umana da rimanere impressa per molto tempo
".

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